Ficca il naso

domenica 21 gennaio 2018

Conan e le donne

Conan il Barbaro: il misogino più famoso?

"Conan esprime il proprio concetto di molestie sul luogo di lavoro"

Conan il barbaro è un nome che è stato capaco di conquistare l'immaginario collettivo. Punto di partenza fondamentale della spada&stregoneria, è grazie al suo creatore Howard che esistono tuttora innumerevoli capisaldi del fantasy, dai cliché alle trovate più geniali. Ma sappiamo come il buon cimmero non fosse il massimo della gentilezza, oltre che con gli uomini, pure con le tantissime donne che incontra nelle sue peregrinazioni. Ecco, qui salta all'occhio qualcosa che ci ha portato a riflettere.
Parlando del fumetto, che diventa il mezzo con cui Conan è conosciuto ai più, noi ci troviamo davanti a scene libere da qualsiasi limite morale, anzi del tutto scevre da qualsivoglia forma di rispettabilità del gentil sesso. Il quale altrettanto spesso è raffigurato come infido e maligno, non solo dalle parole di Conan bensì dalle medesime azioni delle tante signorinelle. Donne volutamente in pericolo, dame che tramano alle spalle, streghe e malvagie incantatrici. Conan forse non uccide le rappresentanti di questo poco gentile sesso (almeno tenta), però non evita di usarle come semplice oggetto sessuale, consenziente o meno. E tutto questo negli anni '70, che sebbene fossero il cuore di tanti movimenti libertari, erano comunque anni dominati da un forte moralismo. Forte, non abbastanza per Conan.

Why so feminist?

Il 2000 l'epoca del pantaloncini inguinali, di 50 sfumature di grigio, della libertà trasformata nella più furiosa bandiera e nell'unico ideale adorato da chiunque. Come dare torto? Eppure il buon Conan non si sarebbe trovato così bene, a quanto pare. L'immagine sopra, datata 2015, è solo una delle tante per cui dei comitati femministi hanno portato alla censura. Vi sono stati numerosi altri casi, non solo ad opera di guerriere del gentil sesso, ma anche di svariate associazioni moraliste, perbeniste o semplicemente di ispirazione religiosa. Numerosi "pieces" d'arte, commerciale o meno, sono stati colpiti da una censura a fin di bene: nel caso di specie poiché uno sfregio alla sensibilizzazione contro la violenza contro le donne. Non entriamo nel merito, né sulla ragione o torto dell'intervento, bensì ci focalizziamo su questa grande differenza nell'opinione pubblica (diciamo così) di adesso e del 1970.
Siamo per caso tornati su posizioni morali ritenute scomparse?
Oppure è un avanzamento? Dove finalmente la violenza sulle donne, fatto invero gravissimo come è la violenza in generale (però sugli uomini non sembra andare così di moda), viene riconosciuta da tutti e combattuta su ogni mezzo dalle capacità divulgative? La risposta in realtà non è così semplice.

L’emergere di una nuova sensibilità nel nostro tempo è un fattore certamente positivo, sintomatico di una crescente attenzione verso temi sensibili come la lotta per l’emancipazione femminile. Ma come ogni volta che una nuova linea di pensiero ha rivendicato il suo posto nella società, si è assistito al rischio dell’estremizzazione del pensiero originario. La condivisione di questa particolare visione è troppo spesso sintomo di un’adesione superficiale e vacua, infatuata degli aspetti più roboanti e superficiali a scapito della consapevolezza dei reali problemi contro i quali il loro pensiero si scontra. Nella società fluida e incoerente nelle quale viviamo è assai comune riscontrare adesioni entusiaste ai grandi temi di eguaglianza e giustizia, temi che una volta coniugati nella vita di tutti i giorni risultano di più problematica applicazione.
Basti ricordare, uno per tutti, come in Italia nessuno sia razzista, ma...
Le varie libertà delle quali godiamo pongono tutta una serie di problemi nella loro reciproca interazione, che sono particolarmente evidenti quando emergono nell’arte. La libertà di espressione artistica garantisce la non-censura di tutte le arti, ma è evidente che sia necessario tracciare una linea netta da qualche parte. Un certo tipo di arte inneggiate all’odio nei confronti di determinati gruppi o genere non è giustificabile né difendibile in base al principio della libertà di espressione, in quanto “la mia libertà termina dove inizia la tua”. Ma tracciare questa linea richiede tener conto di fattori sempre maggiori, di istanze da sempre più parti che reclamano legittimamente l’importanza del proprio punto di vista. Ognuno dovrebbe dunque armarsi degli strumenti cognitivi e culturali più adatti per compiere questa operazione che per quanto sia problematica e faticosa è sempre più doverosa: non possiamo far di tutta l’erba un fascio, né lasciare che altri ci impongano un giudizio non nostro su un tema così importante.

Regogolo Boemetto

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