Ficca il naso

domenica 25 febbraio 2018

La non bella e la vera bestia

Pensieri su the Shape Of Water



La forma dell'acqua, film del 2017 diretto dal talentuoso Guillermo Del Toro, sta ancora sguazzando nei nostri cinema, dopo un leone d'oro vinto alla mostra internazionale del cinema di Venezia. Uscito nelle sale della mia città proprio nel periodo di San Valentino, questo film subacqueo è stato un raro caso, almeno per il sottoscritto, di lungometraggio da romanticume capace di conquistarmi. Il motivo è davvero semplice: The Shape of Water (alias mi piace il pesce) è un'opera minimamente romantica, almeno nell'accezione classica di romantico. Critica politica, critica sociale, ribaltamento dei ruoli sono le tre prerogative fisse nell'arte DelToriana e in questo lungometraggio sprizzano in ogni inquadratura o dialogo. Giusto per placare gli animi in vista delle elezioni: The Shape of Water nuota nella vasca politica della sinistra. Se però l'arte supera i dettami impastoianti della politica, chiunque potrà apprezzare la semplice messa in scena organizzata dal regista, capace di costruire degli Stati Uniti così fiabeschi e agghiaccianti allo stesso tempo. Per i videogiocatori sarà quasi immediato per certe inquadrature l'accostamento con Fallout o Bioshock, mentre i lettori di ogni genere vedranno il dipanarsi di una trama al limite della fiaba medievale. Ma se fin qui stiamo parlando di un ottimo prodotto, a mio parere il punto che mi fa sussurrare al capolavoro è un altro: la creatura e la fanciulla.

Dimentichiamoci di quella bestiata della bella e una bestia, dove la temibile creatura diventa un bel principe zeppo di soldi per la poverella (ma stupenda, i ciffoni zappano la terra) del paese. Neanche osiamo pensare a vampiri, zombie, mannari innamorati (stranamente simili a dei fotomodelli), lungi dall'accostare il multirazzialismo a quella follia di Kili e Tauriel, ma ci troviamo davanti a una situazione che può ricordare i film di Hellboy, anch'essi dello stesso Del Toro. La ragazza non è per niente bella, almeno negli stilemi statunitensi da cui siamo colonizzati, non è accettata da una società perfezionista, non è una normale come tutti, incapace di raggiungere la vetta del capitalismo razzista e omofobo dipinto nella pellicola. Il mostro invece? Semplice, è un mostro al cento per cento. Forse più nel significato latino del termine "monstrum", un prodigio non classificabile nella mera mentalità umana. Lontano dai lacci della normalità, la vera bestia instaura un rapporto unico con la non bella. Perché è proprio nell'anormalità che si incontrano e avviano il percorso che li porterà ad avvicinarsi sempre di più. Lei muta, lui inumano, proprio partendo dalla loro incapacità di comunicare col resto del mondo riusciranno a trovare l'uno nell'altra un interlocutore capace di interpretare i sentimenti più incomunicabili del loro cuore.

Neri, omosessuali, comunisti affiancano questo rapporto silenzioso, figure tipicamente marginali che diventano importantissime e positive in un mondo all'apparenza felice ma dominato dalla grettezza di un pensiero moralista e prevaricante (parliamo degli anni della crisi di Cuba) dove il cattivo della storia è invece il tipico eroe dell'immaginario americano. La bellezza superficiale, quella adorata dal mondo sbrilluccicante degli anni ruggenti, imputridisce inquadratura dopo inquadratura, mentre la vera bellezza, non il solito pappardone dell'interiorità ma piuttosto quello della vera diversità anche  se disgustosa (un uomo pesce accidenti!), ne prende il posto con prepotenza.

Un'opera quasi furiosa nelle sue tematiche, che però si avvicenda davanti allo spettatore con una tale leggerezza e cura da passare quasi in sordina, come fosse una sorta di messaggio subliminale nascosto nelle righe di una vicenda semplice ma tanto profonda. Un grande film, di un grande regista.

Regogolo Boemetto

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