Ficca il naso

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lunedì 3 settembre 2018

Il dittatore cannibale: Idi Amin Dada (????-2003)


Centoventi chili per quasi due metri d'altezza, un gigante che incuteva terrore ma nello stesso tempo aveva qualcosa di goffo. "Un killer e un clown", come il Time descrisse il folle che dal 1971 al 1979 spadroneggiò sullo Stato centroafricano dell'Uganda, guadagnandosi soprannomi come "macellaio" e "dittatore cannibale".

«Solo Dio conosce la mia età» amava dire Idi Amin, e infatti ancora non si sa con certezza se sia nato nel 1924, nel '25 o nel '28, nell'area di Koboko, nel Nord-ovest del paese. Il padre aveva abbandonato il cristianesimo per la parola di Maometto, la madre era una sorta di guaritrice e lui frequentò pochissimo la scuola, rimanendo semi-analfabeta. Dopo un'adolescenza segnata dalla povertà e l'abbandono paterno, entrò nell'esercito coloniale britannico (l'Uganda era un protettorato inglese dal 1894) dove si guadagnò il nomignolo di "Dada", il nome con cui indicava le donne che frequentava spesso, termine traducibile come "sorella maggiore". Per assonanza, gli inglesi lo chiamavano invece Big Daddy.

In Kenya e in Somalia si distinse per la sua abilità (e la sua spietatezza) nel contrastare i movimenti di guerriglia anti-coloniale, tanto da essere promosso ed essere richiamato in Uganda per contrastare i ladri di bestiame, evirando col machete chiunque si rifiutasse di collaborare. La sua brutalità gli servì anche per vincere il titolo nazionale di campione dei pesi massimi di pugilato fra il 1951 e il 1960. Simpatico ai britannici, grazie al loro appoggio venne promosso a vicecomandante quando al paese venne concessa l'indipendenza nel 1962. Lui e il premier Obote guadagnarono milioni trafficando oro, armi, caffè e avorio con i contrabbandieri del Congo e dello Zaire. Rischiando di venire indagati e condannati, nel 1966 Obote mise in atto un colpo di stato scalzando il presidente Mutesa II e nominando Amin capo supremo dell'esercito. Il generale continuò ad arricchirsi intascando i finanziamenti destinati all'esercito, e per evitare l'arresto, nel gennaio del 1971 rovesciò il governo dell'ex-alleato Obote col favore dell'Occidente (in chiave anti-sovietica) e del popolo (promise riforme e libertà).

Il dittatore organizzò subito squadroni della morte per eliminare i presunti sostenitori di Obote, i capi militari dissidenti e gli intellettuali che criticavano il nascente regime. Il Nile Mansion Hotel, elegante albergo della capitale Kampala, divenne un centro di torture e sterminio dove i presunti nemici venivano sottoposti a sadici supplizi ideati da Dada stesso. Nell'agosto del 1972 gli ugandesi lo udirono dire alla radio «Allah mi è apparso in sogno e mi ha ordinato di cacciare dalla nostra terra tutti gli asiatici». I 50.000 asiatici, principalmente indiani e pachistani, furono costretti a lasciare il paese, che fu indebolito dato che molti asiatici gestivano imprese produttive che furono sequestrate dal dittatore. Il repulisti coinvolse anche il popolo degli Acholi e altre minoranze, colpevoli di essere pro-Obote. «I miei nemici? li taglio a pezzi e poi getto la carne ai coccodrilli» dichiarò l'ex-pugile parlando di loro alla stampa.

Forse reso pazzo dalla neuro-sifilide, fra le sue follie si annovera l'essersi presentato a Londra di fronte alla regina Elisabetta II con tre tonnellate di banane «per sfamare i poveri bambini inglesi», oltre a vantarsi con la sovrana di poter controllare i coccodrilli col pensiero. Adorava indossare sempre un'uniforme decorata da medaglie e decorazioni, alcune inventate da lui stesso, altre reali (come una medaglia del touring club austriaco). Oltre alle decorazioni, amava inventare e insignirsi di titoli come "Signore di tutte le bestie della terra e dei pesci del mare e conquistatore dell'Impero britannico, in Africa in generale, in Uganda in particolare" o "Re di Scozia". Ma molto più pericolose furono le sue follie geopolitiche. Dopo essersi alienato le simpatie di Israele e USA dopo aver elogiato Hitler e aver intrecciato rapporti coi sovietici, si inventò che alcuni territori di Kenya e Sudan erano in realtà ugandesi, minacciando di invadere anche il Sudafrica.

Nel 1976 offrì ospitalità ad alcuni terroristi palestinesi che avevano dirottato un volo Air France con decine di israeliani a bordo. Nella notte del 3 luglio le forze speciali israeliane risolsero la questione con un blitz presso l'aeroporto di Entebbe che distrusse i caccia ugandesi e danneggiò l'immagine del regime. Nello stesso periodo la verità iniziò ad emergere, e il resto del mondo conobbe la vera natura del capo di stato finora considerato solo comico e grottesco, che in un tentativo di rifarsi dello smacco di Entebbe dichiarò guerra alla Tanzania nel 1978. Ma l'esercito nemico, aiutato da esuli ugandesi, contrattaccò e lo costrinse alla fuga l'11 aprile 1979. L'ex "Invincibile" (come amava chiamarsi) riparò prima in Libia, poi in Iraq e infine in Arabia Saudita, dove morì nel 2003 per una malattia ai reni.

L'orco clownesco che aveva gestito il paese con logiche tribali aveva massacrato fra le 300.000 e le 500.000 persone di un paese che contava appena 12 milioni di abitanti. Il sospetto che il dittatore avesse praticato il cannibalismo, come un tempo si faceva nel paese nel corso di alcuni rituali, venne rafforzato dal fatto che nel suo palazzo vennero trovate celle frigorifere colme di arti umani, bulbi oculari, labbra, nasi e testicoli.

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lunedì 20 agosto 2018

L'arresto dell'espansione italiana: Adua (1 marzo 1896)


L'imperatrice Taitù Batùl guida gli etiopi in battaglia.

Sul finire dell'Ottocento, il secolo dell'imperialismo e della corsa alla conquista del mondo, in Africa erano rimasti solo due stati non controllati da una nazione europea: la Liberia e l'impero etiope, conosciuto anche come Abissinia. La giovane nazione italiana, desiderosa di reclamare una fetta della torta africana per trarne risorse e prestigio, aveva acquisito negli anni precedenti la Somalia italiana e l'Eritrea. I rapporti con il "negus" (imperatore) Menelik II erano stati in teoria stabilizzati col trattato di Uccialli, col quale il sovrano etiope acconsentiva a cedere alcuni territori in cambio di assistenza finanziaria e militare da parte del governo italiano.

Ma l'articolo 17 del trattato diede adito a un'accesa disputa. Infatti, secondo l'interpretazione italiana, Menelik accettava di intrattenere rapporti diplomatici con altre nazioni solo attraverso la mediazione italiana, rendendo di fatto l'Etiopia un protettorato, mentre invece gli etiopi affermavano che nella versione in aramaico era implicato che l'Italia veniva riconosciuta quale interlocutrice privilegiata, ma non unica. Le relazioni fra le due nazioni peggiorarono sempre di più, fino a quando il negus non ripudiò il trattato di Uccialli nel 1893, quattro anni dopo la sua firma, reso più sicuro dall'imponente quantità di armi che aveva accumulato in vista di uno scontro con i vicini.

Per prima cosa gli italiani tentarono di convincere i vari potenti locali che componevano il mosaico feudale nel quale era ancora inserita la società etiope a voltare le spalle al negus, non ottenendo il risultato sperato. Infatti Menelik era riuscito a unire le diverse tribù e popolazioni, spesso in lotta fra loro, sotto una sola bandiera per respingere l'odiato invasore bianco. Non potendo contare sulla collaudata tattica del divide et impera, gli italiani scelsero di ricorrere alla forza militare, dando inizio alla prima guerra italo-etiopica.

Le truppe italiane riuscirono a sopprimere una rivolta scoppiata in Eritrea, ma non poterono impedire che le enormi forze messe in campo dal negus e armate con moderni equipaggiamenti sconfiggessero gli italiani ad Amba Alagi e Meqele. Il governatore dell'Eritrea e comandante in capo Oreste Baratieri contava di poter attirare le forze di Menelik in una trappola, ben consapevole che gli oltre 100.000 guerrieri del negus avrebbero esaurito le risorse locali da lì a breve. Ma che un'armata europea tentennasse di fronte a degli africani considerati inferiori era intollerabile per le autorità romane: Crispi stesso inviò un telegramma furioso in cui esortava Baratieri ad attaccare e disperdere le forze nemiche.

Il piano del generale italiano richiedeva tempismo, buona conoscenza del territorio e un'eccellente sincronia fra i vari reparti. Tre delle quattro brigate disponibili avrebbero dovuto marciare parallelamente, in modo da potersi coprire a vicenda con un mortale fuoco incrociato, mentre la quarta sarebbe rimasta di riserva. Una volta guadagnato il vantaggio del terreno sopraelevato, gli italiani avrebbero dovuto attaccare il nemico ancora addormentato e farne scempio. Con questi ordini nella notte fra il 29 febbraio e il 1 marzo partirono le tre colonne, che, a causa della asperità del terreno, delle mappe poco precise e della mancanza di coordinamento e informazioni, si allontanarono troppo e rimasero isolate.

Il negus, avvisato tempestivamente dalle proprie spie, riuscì a portare le proprie truppe in una posizione vantaggiosa per l'artiglieria, che alle 6 del mattino aprì il fuoco sugli ascari del generale Matteo Albertone, della brigata di centro. Per due ore i soldati africani comandati dagli ufficiali italiani si difesero strenuamente, ma quando Albertone venne catturato gli ascari ruppero i ranghi e cercarono di raggiungere la brigata del generale Arimondi. Ondate su ondate di etiopi, soldati coraggiosi e avvezzi al combattimento corpo a corpo, assalirono i soldati di Arimondi senza successo, tanto che già gli italiani speravano di poter comunque strappare la vittoria dalle fauci della sconfitta, quando Menelik inviò la sua riserva di 25.000 guerrieri, il cui attacco travolse i difensori. Il generale Dabormida tentò di portare la sua brigata in soccorso del fianco sinistro in difficoltà, ma non poté raggiungere Arimondi in tempo, iniziando invece una ritirata combattuta. A causa della scarsa conoscenza del terreno e della fretta, le truppe italiane si infilarono in una stretta valle dove vennero attaccate senza pietà dalla cavalleria degli Oromo.

Baratieri si trovò a doversi difendere dalle forze soverchianti con quello che restava dei suoi 17.000 uomini, ma entro mezzogiorno le ultime sacche di resistenza erano state disperse sui pendii del monte Belah. Fu per noi una sconfitta devastante: sul campo rimanevano 7.000 morti (metà italiani, metà ascari), 1.500 feriti e 3.000 prigionieri, contro 5.000 morti etiopi e 8.000 feriti. Il tasso di perdite di questa battaglia fu il peggiore di tutto il XIX secolo, superiore anche a quello delle battaglie napoleoniche più sanguinose. I nostri prigionieri furono trattati bene (nei limiti delle condizioni presenti), mentre invece gli ascari, considerati traditori, ebbero una mano e un piede mozzato come punizione. Invece di inseguire i resti delle forze italiane, Menelik si affrettò a concludere un trattato di pace e il trattato di Addis Abeba, molto più favorevole del precedente agli etiopi.

La sconfitta generò in patria un'ondata di malcontento e rabbia che portò alla caduta del governo Crispi, accusato di aver gettato milioni di lire e la vita di migliaia di giovani per condurre delle folli avventure estere. Vendicare l'umiliazione di essere stati gli unici europei a venire sconfitti dagli africani fu uno dei principali temi su cui fece leva la propaganda fascista quando gli italiani tornarono 40 anni dopo, con una superiorità di mezzi ed equipaggiamenti schiacciante che portò all'occupazione quinquennale dell'Abissinia.


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