Ficca il naso

Visualizzazione post con etichetta Storia Orientale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Storia Orientale. Mostra tutti i post

martedì 18 settembre 2018

Astuti e mortali: la setta degli Assassini



Pochi anni prima della Prima Crociata, nel 1090, il carismatico ed erudito Hassan-i Sabbah conquista il forte di Alamut, in Iran. Ci sono molte storie diverse su come il "vecchio della montagna" (da un'errore di traduzione del termine arabo shaykh, che significa sia capo che vecchio) abbia conquistato la fortezza usando il suo ingegno e senza spargere una goccia di sangue, ma ciò che importa è che per i successivi duecento anni il castello sarà la base operativa della sua setta. Sabbah decide di fondare il suo ordine quando l'erede dell'Impero fatimide, che egli sosteneva, venne ucciso. A questo punto si scatenò una guerra fratricida fra tra i due figli Nizār e al-Mustaʿlī per la successione, e i seguaci di Sabbah si allontanarono dagli altri seguaci della corrente Ismailita, derivante dall'Islam sciita, in quanto sostenevano Nizār, da cui prenderanno il nome di Nizariti.

Caratterizzati dall'assoluta obbedienza ai loro capi carismatici che hanno un rango semi-divino, i seguaci della setta vengono indottrinati e addestrati rigorosamente per compiere le audaci missioni che li renderanno famigerati in tutto il mondo. I ranghi più bassi della rigida scala gerarchica della setta era occupata da coloro che però erano addestrati con più cura, i cosiddetti Fida'in. Costoro erano giovani forti, agili e robusti, ma anche intelligenti, astuti e carismatici. Infatti la tattica degli Assassini prevedeva un accurato lavoro di pianificazione che poteva durare anche anni, durante i quali l'agente si infiltrava usando le sue abilità fino ad arrivare il più vicino possibile al bersaglio. Questo iter terminava con l'eliminazione della vittima, preferibilmente uccisa in un luogo pubblico per rendere il più spettacolare e intimidatorio possibile l'omicidio. Il fatto che in questo modo gli agenti accettassero serenamente di essere trucidati dalle vendicative guardie ha dato adito alla leggenda secondo la quale i seguaci del Vecchio della Montagna abusassero di hashish, somministrato loro dal maestro per indottrinarli. Da qui deriverebbe anche il loro nome Hashashini, dall'arabo al-Hashīshiyyūn, "coloro che si dedicano all'Hashish".

Ma questa teoria è poco credibile in quanto l'uso della droga allenta i sensi, rende difficile la concentrazione e compromette dunque la capacità di compiere le audaci ed elaborate imprese di questi agenti. Più probabilmente il loro nome deriva dal loro maestro e significherebbe dunque "seguaci di Hassan". Anche la leggenda secondo la quale gli adepti erano portati in un lussureggiante giardino che veniva presentato loro come il paradiso, al quale potevano avere accesso solo grazie al loro maestro (una storia riportata anche da Marco Polo), è stata confutata e non è più ritenuta credibile.
Ma nonostante la loro abilità e il loro valore, nel 1256 il condottiero mongolo Hulagu Khan catturò la rocca di Alamut e le altre fortezze con cui gli assassini controllavano la regione, sterminandone gli occupanti per vendicare il tentato assassinio di Möngke Khan. I superstiti della disfatta setta si recarono in Egitto dove offrirono i loro servigi ai Mamelucchi e anche in Ungheria, dove sopravvissero fino a quando la loro comunità non venne estirpata dall'Inquisizione.


Regogolo Boemetto

Piaciuto l'articolo?



Seguiteci su facebook per informazioni su nuovi articoli, racconti, romanzi e altro ancora.

sabato 15 settembre 2018

Samurai! Saburo Sakai, leggendario asso nipponico (1916-2000)



La famiglia nella quale Saburo nacque nel 1916 era appartenuta un tempo alla casta militare dei samurai, ma era stata poi costretta a darsi all'agricoltura in seguito all'haihan-chiken. Rimasto orfano a 11 anni e ottenuti scarsi successi negli studi, a 16 anni si arruolò nella Marina imperiale giapponese, un ambiente dove vigeva una disciplina durissima e in cui le reclute venivano violentemente percosse per ogni minima effrazione o errore. Grazie alla sua educazione che era stata incentrata sul rispetto delle norme del Bushido e dell'Hagakure, Saburo riuscì non solo a superare il massacrante addestramento, ma si guadagnò il grado di sergente di marina prima di fare richiesta per entrare in una scuola per piloti. Come premio per la sua abilità che lo aveva reso il miglior allievo del corso, ricevette un orologio d'argento dall'Imperatore in persona, prima di venire trasferito in suolo cinese, dove c'è un disperato bisogno di piloti. Qui, pilotando un Mitsubishi A5M abbatte la sua prima preda, un Polikarpov I-16. Quando il suo aeroporto venne bombardato da 12 veicoli cinesi, il già ferito Sakai balzò sul primo aereo ancora utile, inseguì gli assalitori e ne abbatté uno prima di tornare indietro per la mancanza di carburante e tentare un atterraggio di emergenza a causa delle ferite.

Trasferito nella base di Hankow, venne selezionato per pilotare il leggendario Mitsubishi A6M "Zero", con il quale prende parte, il 7 dicembre 1941, all'attacco su Clark, base statunitense nelle Filippine che viene rasa al suolo. Nel corso di quella che all'epoca fu un'incursione da record per la distanza percorsa, Saburo abbatté un bombardiere B-17, primo abbattimento da parte di forze giapponesi di questo tipo di aeroplano. Trasferito in Borneo, mise in evidenza due delle sue caratteristiche più tipiche: la grandissima abilità e l'atteggiamento ribelle. Nei cieli sopra Surabaya infatti 23 Zero affrontarono una cinquantina di caccia olandesi, abbattendo una quarantina di nemici in cambio di tre sole perdite (anche se i numeri sono incerti).
La sua attitudine critica verso gli arroganti ufficiali superiori e la tipica mentalità giapponese lo portarono a disobbedire all'ordine di abbattere qualsiasi veicolo nemico, quando risparmiò un Douglas DC-3 carico di civili, e a compiere gesti provocatori come lo spettacolo acrobatico che Sakai e gli assi Hiroyoshi Nishizawa e Oshio Ota (con i quali formava il famoso "Cleanup Trio") offrirono ai piloti alleati di Port Moresby.

Trasferito nella base di Lae, in Nuova Guinea, si guadagnò il rispetto degli equipaggi di terra e d'aria (perse pochissimi gregari durante la guerra) con la sua abilità ma anche con il suo carattere così diverso da quello degli arroganti e violenti ufficiali cui erano abituate le truppe. Ma durante i ferocissimi scontri sopra Guadalcanal, l'8 agosto, Sakai venne colpito in testa da un colpo di mitragliatrice. Il proiettile passò attraverso il cranio del pilota, accecandolo da un occhio e paralizzando il lato sinistro del suo corpo. In queste condizioni terrificanti riuscì a percorrere in 4 ore e mezza i 1.000 km che lo separavano dalla base di Rabaul, dove rifiutò qualsiasi cura medica prima di aver fatto rapporto. Un'operazione senza anestesia gli permise di usare di nuovo la parte sinistra del corpo ma nulla poté essere fatto per salvare il suo occhio destro. Dopo 6 mesi di riabilitazione, il pilota ormai orbo trascorse un anno ad addestrare nuovi piloti, vedendosi rifiutato il permesso di tornare a combattere fino all'aprile del 1944.

Tornato nella mischia, Sakai ingaggiò gli statunitensi in una serie di scontri sopra Iwo Jima, dimostrando la sua esperienza e abilità quando riuscì a sfuggire a quattro moderni Hellcats senza venire mai colpito una sola volta. La sua indole ribelle emerse ancora una volta, quando si rifiutò di portare a morte certa i suoi uomini, a cui era stato ordinato di portare a compimento un attacco kamikaze, portandoli invece in salvo a Iwo Jima. Nonostante la sua grave menomazione, riuscì ad abbattere altri 4 veicoli nemici, portando le sue vittorie alla cifra di 64, che gli valsero la promozione ad ufficiale, un onore concesso molto raramente nell'esercito imperiale. L'alfiere Saburo Sakai venne scelto insieme ad altri per pilotare una forza equipaggiata con i moderni e ottimi Kawanishi N1K Shinden, ma ormai era troppo tardi. Dopo il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, lui e altri nove compagni contravvennero agli ordini per combattere un ultimo scontro, per poi dover accettare anch'essi la sconfitta del Giappone.

Promosso a sotto-tenente, dopo la guerra divenne un buddista devoto, vegetariano e pacifista, tanto che giurò di non uccidere mai più un essere vivente, nemmeno una mosca.
La sua vita post-bellica inizialmente venne segnata dalla povertà e dal dolore per la morte prematura della moglie, ma nel 1952 aprì una piccola tipografia e inviò la figlia a studiare in America. Criticò aspramente il governo giapponese e le scelte ottuse e arroganti che avevano provocato la morte di centinaia di migliaia di persone, oltre a denunciare come i suoi superiori lo discriminassero e maltrattassero, nonostante le sue imprese eroiche. In seguitò visitò gli Stati Uniti dove incontrò molti dei suoi antichi avversari, con i quali intrattenne rapporti improntati al rispetto e alla stima reciproca. Il pilota che si era distinto non solo per abilità, resilienza e amore per la propria patria, ma anche per galanteria e rispetto per la vita umana morì il 22 settembre 2000 durante un incontro fra veterani nella base navale di Atsugi, a causa di un attacco cardiaco.


Regogolo Boemetto

Piaciuto l'articolo?



Seguiteci su facebook per informazioni su nuovi articoli, racconti, romanzi e altro ancora.

mercoledì 22 agosto 2018

Fra storia e mito: i ninja




Nella cultura popolare gli shinobi-no-mono, abbreviato più spesso in shinobi, sono rappresentati come misteriosi guerrieri vestiti di nero in grado di compiere imprese che rasentano il magico e il soprannaturale. Il termine "shinobi", o il più popolare "ninja", perché più facilmente pronunciabile da noi occidentali, significa essenzialmente "colui che si nasconde". Infatti questi guerrieri mercenari, caso unico della storia del Giappone feudale, agivano come infiltratori, esploratori, sabotatori e assassini, usando una varietà di equipaggiamenti e tecniche ritenuti disonorevoli secondo la mentalità giapponese.

Tipicamente, il ninja viene rappresentato con l'ormai canonico costume nero, non dissimile dal kimono di un praticante di arti marziali. Sebbene un vestito nero o blu scuro potesse essere molto utile per non essere avvistati di notte, non ci sono prove a sufficienza per sostenere che questa fosse "l'uniforme" del ninja. All'origine di questa credenza ci sono le rappresentazioni ottocentesche, che prendevano in prestito dal teatro Bunraku il concetto di vestire di nero un personaggio per rappresentarne metaforicamente l'invisibilità. È certo invece che il ninja si travestisse da contadino, soldato, monaco, viandante e da altre figure per infiltrarsi e non farsi riconoscere. Andare sempre in giro vestiti di nero sarebbe stato l'equivalente di far sapere al mondo di essere un agente segreto, dopotutto. Sotto i vestiti talvolta portavano delle armature di cuoio o di cotta di maglia, molto utili in caso di combattimento.

Secondo le leggende, "l'antenato" dei ninja sarebbe il semi-leggendario principe Yamato Takeru, assassino abilissimo vissuto nel IV secolo. Già nel VI e X secolo troviamo testimonianze sull'impiego di spie, ma fu solo nel XV secolo che emerse la parola "shinobi" per descrivere l'agente segreto addestrato e specializzato nelle arti furtive. Fra il 1485 e il 1581 gli uomini delle provincie di Iga e Koga fornivano i più celebri shinobi a chiunque potesse pagare, non essendo vincolati ad alcun signore feudale. Le loro strutture gerarchiche erano incentrate sulle tradizioni familiari e si rifacevano alla guida di uno shonin (qual era il famoso Hattori Hanzo), che a sua volta si affidava a chujin per gestire gli affari intermedi, mentre i genin erano coloro che di fatto agivano sul campo e stavano in fondo alla gerarchia.

L'addestramento di un genin era durissimo e partiva dall'infanzia. Tipicamente, il guerriero imparava dal padre le abilità necessarie che andavano dalla conoscenza delle arti marziali e dell'uso di svariate armi fino alle tecniche di sopravvivenza in campo aperto. Inoltre, un ninja doveva conoscere come usare la polvere da sparo, tracciare mappe, scrivere e leggere messaggi, impersonare alla perfezioni il ruolo che avrebbe usato per travestirsi e apprendere le tecniche segrete per superare qualsiasi tipo di ostacolo. Proprio le più strane e acrobatiche di queste manovre, che permettevano a un uomo di apparire in grado di camminare sull'acqua o spiccare il volo, hanno dato origine a molte delle credenze che dipingono i ninja come super-uomini dotati di poteri sovrannaturali.

L'arsenale dello shinobi era altrettanto inusuale e prevedeva una grande varietà di ingegnosi arnesi per scalare le mura di un castello e aprire varchi in vari materiali. Fra questi vi era il kunai, che a differenza di quanto si pensa, era usato principalmente per aprire buchi nei muri d'intonaco dei castelli. Altri strumenti utili erano rampini, scale estendibili, triboli, bombe e le famose "stelline ninja", gli shuriken. Il ninja poteva ricorrere a una grande varietà di armi per compiere la sua missione, dalle tipiche armi quali spada, lancia e arco fino ai disonorevoli veleni o le potenti armi da fuoco. Nel 1573, per esempio, tre ninja provarono a uccidere Oda Nobunaga sparandogli con dei cannoncini, uccidendo invece 7 dei suoi compagni.

Il signore della guerra non dimenticò l'affronto e nel 1581 attaccò e mise a ferro e fuoco Iga e Koga, provocando la dispersione dei ninja. Il clan Tokugawa fu abbastanza lungimirante da prenderli al proprio servizio, terminando così la loro tradizione di mercenari. Gli altri daimyo invece dovettero adattarsi ad addestrare da sé i propri shinobi, tanto che divenne una vera e propria professione. Con l'unificazione del Giappone e il declino degli scontri interni, il ruolo di questi agenti segreti andò perdendo importanza, anche se furono impiegati durante la ribellione di Shimabara nel 1637-38. L'ultimo utilizzo di shinobi da parte del governo giapponese pare risalga al 1853, quando le "navi nere" degli americani "invitarono" il Giappone ad aprirsi al mondo. In quell'occasione il ninja Sawamura Jinzaburo venne inviato a bordo per scoprire le vere intenzioni dei nuovi venuti, ma il documento che recuperò risultò essere la lettera di un semplice marinaio.

L'alone di leggenda che avvolge questi guerrieri mercenari ha probabilmente origine nella trasposizione mitica che è stata fatta anche della controparte del ninja, il samurai. Mentre il guerriero feudale è diventato un simbolo incarnante l'ineguagliabile abilità con la spada e l'incorruttibile integrità morale e spirituale, la figura del ninja è stata in parte trasposta nel mito, dove ha assunto le caratteristiche, spesso fantasiose, che siamo abituati ad associare a questa figura.

Regogolo Boemetto

Piaciuto l'articolo?

Seguiteci su facebook per informazioni su nuovi articoli, racconti, romanzi e altro ancora.



https://bit.ly/2MkB1Zr

martedì 7 agosto 2018

Il Re Pacificatore: Le Loi (1385-1433)



All'alba dell'anno 1400 la dinastia Ho aveva rimpiazzato la dinastia Tran e si apprestava a riformare il Dai Viet (Vietnam), ma un pretendente della vecchia dinastia convinse l'imperatore Yongle a far intervenire gli eserciti della Cina Ming per supportare la sua pretesa al trono. L'esercito cinese conquistò il paese, che passò sotto l'amministrazione diretta dei Ming, tolti di mezzo i Tran, come già era avvenuto 500 anni prima sotto la dinastia Tang. Il governo cinese trovò un limitato supporto, in quanto in molti accusarono gli occupanti di compiere ruberie di artefatti, preziosi e tesori a danno dei viet. Anche se le rivolte che scoppiarono per supportare gli ultimi Tran fallirono, aiutarono a spargere il sentimento di rivalsa che sarebbe stato decisivo pochi anni dopo. Le Loi era un nobile feudatario di Lam Son nato probabilmente nel 1385 che appoggiò le rivolte dei Tran, ma anche dopo la loro sconfitta non smise di sognare l'indipendenza del paese. Per questo nel 1418 venne denunciato come ribelle e fu costretto a a rifugiarsi sulle montagne, dove iniziò la sua ribellione. Nella sua provincia natale di Thanh Hóa la ribellione poté crescere grazie al supporto delle importanti famiglie dei Trinh e dei Nguyen, oltre che del popolo ansioso di scacciare i Ming. All'inizio venne scelto un discendente dei Tran come simbolo della rivolta, ma nel giro di breve Le Loi venne scelto quale nuovo capo, chiamato dai suoi il Re Pacificatore. All'inizio le forze vietnamite dovettero limitarsi a condurre azioni di guerriglia contro gli occupanti, non avendo ancor abbastanza forze per sfidarli in battaglia. Braccati e costretti spesso a nutrirsi dei loro animali, i guerriglieri furono quasi annientati più di una volta. In un'occasione, trovandosi circondati in cima a una montagna, il fedele amico del leader ribelle, Le Lai, indossò l'armatura di Le Loi e guidò una carica suicida contro i Ming per dare agli altri il tempo di fuggire grazie al suo eroico sacrificio. Nel 1421 il re Lan Kham Deng del regno di Lan Xang inviò delle truppe a supporto dei guerriglieri vietnamiti, ma i cinesi diedero fondo ai loro forzieri per comprare la lealtà dei laotiani. Costretto a combattere contro due nemici contemporaneamente, la situazione era così disperata che Le Loi accettò un'offerta di tregua e si ritirò sulle montagne. Ma con la morte dell'imperatore Yongle i cinesi si disinteressarono del Vietnam a causa delle spese eccessive che l'occupazione comportava. Con un esercito rafforzato rispetto alla prima fase, i ribelli poterono tendere una serie di imboscate agli occupanti, per poi batterli in campo aperto e costringerli a rifugiarsi nelle fortezze del nord. All'inizio del 1426 la ribellione si era talmente estesa che Le Loi poté assediare Dong Kinh (Hanoi) e sconfiggere un'armata di 50.000 uomini mandata in soccorso della città. Per offrire ai Ming un'uscita dignitosa dal conflitto, Le Loi proclamò imperatore il principe Tran Cao, dato che i cinesi erano intervenuti con il pretesto di rendere il trono ai Tran. Ma a causa dell'intransigenza dei viet lealisti, il conflitto continuò e i cinesi si rinchiusero nelle fortezze rimaste mentre i ribelli controllavano ormai l'intero paese. Quando nell'ottobre del 1427 i rinforzi cinesi furono annientati in un'imboscata presso il passo di Chi Lang, al governatore Ming non rimase altra scelta che arrendersi. Nell'aprile del 1428, dopo dieci anni di lotta, Le Loi divenne imperatore del Dai Viet, un paese formalmente tributario dei Ming ma indipendente. I cinesi lasciarono i loro vassalli a sé stessi e autonomi per i secoli successivi, e Le Loi, il primo imperatore della dinastia Le, venne glorificato come il perfetto esempio del regnante saggio, capace e giusto.
Secondo le leggende, Le Loi giunse alla vittoria anche grazie alla spada magica "Volontà del Cielo", donatagli dal semidio Long Vuo'ng, il Re Drago. Un anno dopo esser asceso al trono, mentre era in barca sul lago Ho Luc Thuy, la tartaruga dal guscio dorato Kim Qui emerse dalle acque e con voce umana gli chiese di rendere la spada al Re Drago, in quanto ormai il Dai Viet era libero. Il re lanciò la spada al rettile che la afferrò con la bocca e la riportò al suo signore, che vive in quello che ancora oggi è chiamato Ho Hoan Kiem, il Lago della Spada Riportata.

Regogolo Boemetto

Piaciuto l'articolo?
Seguiteci su facebook per informazioni su nuovi articoli, racconti, romanzi e altro ancora.