Ficca il naso

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lunedì 17 settembre 2018

I misteriosi figli del totem: i Piceni



Da sempre contraddistinti per la loro spiritualità occulta, fin dalla loro nascita leggendaria i piceni sono presentati come un popolo intrinsecamente legato alle potenze divine: i piceni non erano altro che sabini, genti che popolavano Lazio e Campania, riunitisi per quel mitico, a metà tra sacro e profano, ver sacrum. Questo viaggio, a cui partecipavano grandi masse di persone (quasi sempre giovani), si snodava per l'intera penisola centrale, alle ricerca del luogo idoneo per fondare un nuovo dominio.
Quando sul vessillo del capo guerriero si pose un picchio, all'altezza dell'attuale città di Ascoli, i futuri piceni compresero che gli dei avevano deciso che quello sarebbe stato il luogo in cui loro avrebbero dovuto stabilirsi.

Da un punto di vista storiografico si ritiene che i Piceni facciano parte del grande calderone degli Osco-Umbri, giunti in Italia nel II millennio avanti cristo. Le popolazioni osco umbre popolarono l'Italia dalla Calabria (dove vivevano i temuti Bruzi) fino appunto alla Picenia. Si ipotizza che i Piceni partirono da Tiora Matiena, luogo in cui vi era un oracolo dove un picchio profetava ai mortali, per poi risalire la Valle del Tronto, ponendo Ascoli quale loro capitale e Cupra come santuario. Un'altra teoria invece si lega agli Illiri, i quali potrebbero essersi mescolati o avere influenzato le popolazioni Osco Umbre della costa, sebbene non conosciamo iconografiche legate al Picchio in uso nella zona balcanica. Sembra infine farsi strada anche la teoria di un popolo autoctono, entrato in contatto successivamente con gli osco umbri.

Ma se queste sono domande a cui è difficile dare una risposta, ciò che vediamo di certo è che i Piceni avevano una propria lingua, erano estremamente avanzati (come dimostrano i tantissimi reperti archeologici), ma soprattutto avevano un legame con il sacro unico tra le popolazioni italiche. Per i Piceni sembra non esistesse una separazione tra ciò che era divino e ciò che fosse profano. Solo negli ultimi anni della loro storia iniziano a esservi influenze estranee che li portano ad avvicinarsi alla sacralità pragmatica romano etrusca.

Una figura femminile, affiancata a quella del picchio, è il fulcro della religiosità picentina. La dea Cupra, di cui il santuario è l'unico a essere stato ritrovato oltre ad alcuni depositi votivi e al tempio successivo di Diomede, sembra essere il centro di un culto di origini antichissime, forse legato alla dea pre indoeuropea matriarcale conosciuta quale Potnia. Altro essere divino era il signore degli animali, un'entità selvaggia ritratta in numerose offerte di bronzo e nei corredi tombali dei guerrieri. Il livello artistico dei piceni è stupefacente: opere d'arte quali il guerriero di Capestrano e i guerrieri del totem del lupo denotano non solo uno sviluppo tecnologico non indifferente, ma anche la ricchezza del popolo, che oltre alla pastorizia si dedicava al commercio sull'adriatico. Gli etruschi e gli umbri erano anch'essi importanti partner commericali.
Totem animali, quale lupo e picchio, sono altre caratteristiche peculiari dei Piceni, di cui resti artistici ci descrivono danze sacre, antichi rituali profetici, processioni misteriose verso località perdute tra i monti.
Si ipotizza che le sacerdotesse e i sacerdoti avessero un ruolo quasi predominante nella società picena: la lettura del futuro e l'interessere di sortilegi avevano la medesima importanza delle decisioni di un capo militare.
Probabile quindi che le donne picene (in particolare le sacerdotesse) fossero figure rispettate, depositarie di un'antica sapienza che gli uomini non potevano comprendere.

I Piceni popolarono il territorio che andava dal fiume Foglia all'Aterno dal IX al III secolo a.c. Pressati dai Galli a nord, i Piceni si allearono ai romani.
Nel 290 a.c., dopo la vittoria di Sentino sui Sanniti, la potenza romana lambì i confini del territorio dei Piceni, i quali aiutarono i guerrieri dell'Urbe a sconfiggere i Galli Senoni. Appare così un indizio della potenza militare Picena: non erano stati travolti dai celti, avevano resistito alle incursioni etrusche, addirittura permettevano ai romani di vincere i temibili guerrieri nordici. Eppure ormai il loro destino era segnato: i domini romani li circondavano completamente e, sentendosi minacciati, i piceni reagirono.
Fu un guerra lunga (ne parleremo approfonditamente in un articolo) che si concluse infine con la vittoria romana, così importante da portare al conio di una moneta d'argento celebrativa. Iniziò da quel momento una storia sanguinosa di rivolte, alleanze e tradimenti. Molti piceni vennero deportati nelle zone di Salerno, gli altri vennero lentamente romanizzati.
Guerrieri piceni combatterono a fianco dei romani sul lago Trasimeno, subirono il saccheggio da parte di Annibale ma rimasero fedeli a Roma, videro i propri figli più giovani morire a Canne. Con la guerra sociale del II secolo a.c., i piceni sconfissero, insieme ai loro alleati, i romani presso Falerone (90 a.c.), ma vennero poi sconfitti (per un soffio) mentre cingevano d'assedio la città di Fermo. Il condottiero dei Piceni, Vidacilio, tentò di proteggere alllora la capitale Ascoli dalle forze romane, ma, nonostante avesse messo in fuga i legionari, trovò il popolo ormai incerto e lontano dalle tradizioni che un tempo animavano il popolo picentino. Amareggiato, compì l'estremo di atto di suicidarsi.

Ascoli Piceno infine cadde e la sua caduta segnò la scomparsa del culto della dea Cupra, già in decadenza.
I Piceni divennero parte della tribù Fabia e il loro territorio fu ripartito tra la regio V e la regio VI, riunificato infine con Diocleziano nel Flaminia et Picenum. Giove vinceva così la meno guerresca dea Cupra, di cui tra i nuovi cittadini romani se ne perse il ricordo. Eppure, per coloro che ancora adesso ascendono fino agli impervi santuari del popolo del Picchio, le antiche pietre sembrano ancora riecheggiare dei rituali millenari e, forse, voci femminili sussurrano tuttora i segreti di una terra magica.

Fonti
I Piceni, storia e archeologia delle Marche in epoca preromana, di A. Naso.
La civilità della Dea, Marika Gimbutas.
Storia della Prima Italia, Massimo Pallottino.
Preistoria e Storia delle Regioni D'Italia, Gianna G. Buti

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martedì 4 settembre 2018

I "latini" del nord, mercanti e cavalieri: i veneti



Nel territorio compreso tra il Lago di Garda e i Colli Euganei, fino a lambire i confini del Tagliamento e dell'Isonzo, troviamo il popolo che più d'ogni altro è ancora vivo nel sangue dei suoi discendenti: i Veneti, o Venetici.
Sono tantissimi i reperti che questa gente ha lasciato agli storici e agli archeologi, i quali hanno potuto ricostruire numerosi aspetti dei signori dell'est. I romani, nella loro proverbiale amicizia con i Veneti, li fanno discendere all'eroe divinizzato Diomede, che avrebbe fondato la città di Adria (sebbene poi si sia rivelata quest'ultimo un emporio greco gallico, piuttosto che veneto). Secondo Plinio il vecchio sarebbero degli esuli di Troia, altri autori come Strabone li tacciano quali celti, ma la storiografia moderna individua le loro origini nell'oriente: alcuni proprendono per un origine illirica balcanica, altri parlano invece di un legame diretto con gli oscoumbri, sulla base della grande somiglianza della lingua Veneta con quella Latina.

I Veneti ebbero il proprio massimo sviluppo tra il VIII e il II secolo a.c., per poi fondersi pacificamente ai romani. Questa integrazione ha permesso alla cultura di veneta di sopravvivere nell'alveo latinizzato, tale da mantenere sue caratteristiche uniche fino al medioevo. Essendo all'epoca la pianura padana un'immensa foresta spesso impaludata, i Veneti furono i primi a iniziare i lunghi lavori di disboscamento, fondando numerose città al posto dei villaggi e proto castellieri in cui vivevano inizialmente. Centri importanti furono Padova, Este, Montebelluna, Oppeano e Gazzo Veronese. Si è scoperta anche una grandissima necropoli Venetica a Mel, simbolo dell'avanzamento culturale e dell'opulenza dei veneti. A est la società Venetica si fuse con i clan Illirici (forse loro parenti), dando vita nella zona dell'Isonzo a una cultura chiamata Venetico-Illirica, che presenta elementi di entrambe le culture, sebbene con una dominanza dei più avanzati veneti. I veneti avevano quale dea Reitia, insieme a numerosi altri dei di cui non ci è giunto il nome: dai corredi delle tombe sembra che le donne avessero un ruolo importante nei riti sacri, nonché come guaritrici e incantatrici.

Oltre all'agricoltura e alla selvicoltura, i Veneti si dimostrarono fin da subito ottimi mercanti: stabilirono rotte commerciali con greci, etruschi, liguri e poi romani. L'alto adriatico divenne metà di navigatori egiziani e siriani, con cui i veneti scambiavano bronzo, vetro, ceramica. Al contrario dei loro eredi medievali, i veneti non si spinsero sul mare, ma preferirono commerciare tramite empori che costellavano la costa. Importantissimo era l'allevamento di cavalli, tanto che i veneti vennero fin da subito identificati quali cavalieri dai loro alleati romani, spesso sprovvisti di truppe in arcione.

I Veneti erano un popolo tendenzialmente pacifico, ma svilupparono un apparato militare molto avanzato per affrontare le continue incursioni celtiche, retiche e liguri. Oltre alla cavalleria, appannaggio dei nobili e del loro seguito di cavalleggeri, la fanteria veneta sfruttava delle formazioni proto manipolari, abbandonando le formazioni oplitiche di stampo etrusco. Le armi usate erano lunghe lance e scudi rotondi, mentre l'armatura pesante era poco utilizzata, preferendo piuttosto un combattimento agile e basato su contrattacchi e ritirate. Il contatto con i celti portò i veneti a fare uso anche di lunghe spade, scudi ovoidali e forse armature in cotta di maglia. L'esercito veneto si dimostrò estramemente efficace a respingere i galli invasori: non solo non vennero invasi, ma probabilmente fu il loro attacco alle forze di Brenno a salvare Roma dall'annientamento. I Veneti si integrarono alla perfezione nelle armate romane e fino alla loro inclusione nella repubblica fornirono eccelse unità alleate (socii), che combatterono contro tutti i grandi nemici dell'Urbe.

La lingua veneta rimane di classificazione incerta, ma si indicano due alfabeti di epoca diversa, contemporanei all'utilizzo della scrittura: quello etruscoide del VI secolo a.c. e quello greco romano del III secolo a.c. La presenza di fonemi latini e indoeuropei, che fanno pensare che entrambi agli idiomi siano giunti in Italia dalla medesima migrazione (dunque i veneti sarebbero stretti parenti dei Latini, che invece di fermarsi a nord scesero verso sud). Ciò potrebbe essere la spiegazione per cui Veneti e Latini furono sempre alleati e che i secondi consideravano i primi come loro parenti.

FONTI
Storia della Prima Italia, Massimo Pallottino.
Preistoria e Storia delle Regioni D'Italia, Gianna G. Buti
Reitia, Dea dei Veneti, Piero Favero
La situla Benvenuti di Este. Il poema figurato degli antichi Veneti, Luca Zaghetto

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mercoledì 29 agosto 2018

Duri come la montagna, floridi come il mare: i Liguri



(Nell'immagine, Troy: last war of the Heroic Age. Utilizzata per sottolineare l'uso dell'arco, la presenza di fortificazioni, l'abbigliamento degli attaccanti di stampo etrusco e dei difensori liguri. Dovrebbe ricreare in tale uso un attacco da parte degli etruschi a uno dei castellieri del popolo ligure).

La popolazione dei Liguri ha un passato glorioso, il cui valore indiscusso per la storia d'Italia li ha portati ad essere legati ai miti greci e latini. Nelle Argonautiche Giasone dovette nascondersi ai liguri tramite incantesimi, nell'Eneide i liguri furono tra i pochi alleati di Enea nella guerra contro i Rutuli, Eschilo esalta le abilità militare di questo popolo guerriero. Le tribù ligure non si limitavano alla regione a cui hanno dato il nome, ma si espansero in lungo e largo per Italia, Francia, Spagna. Si attesta la presenza di liguri in Sicilia (tanto che gli scrittori romani consideravano i siculi e i sicani come discendenti dei liguri), in Toscana (Mugello e Casentino) in Corsica, in Sardegna, in Piemonte, nella pianura Padana e pure nella penisola Iberica e nelle Francia meridionale.

Con l'espansione celtica parte dei liguri dovettero arretrare nel territorio della Liguria oppure mescolarsi con i nuovi conquistatori (non sappiamo se vi furono conflitti o integrazione pacifiche). Genti come i Taurini, gli Insubri e i Leponzi devono molto della loro cultura ai liguri (nonché agli etruschi) e molto probabilmente erano essi stessi di origine ligure. La tecnica di costruzione dei castellieri, per esempio, è un tipico retaggio ligure, che si espansa per tutta l'Europa cosiddetta barbarica. La potenza e la ricchezza dei Liguri li ha portati ad avere contatti con Etruschi, Greci e Cartaginesi.

La politica espansionistica degli Etruschi fu proprio arginata dai Liguri, i quali resistettero alle spedizioni dei vicini per poi contrattaccare. è testimoniato che tutti gli insediamenti etruschi a nord dell'Arno (es. Pisa), venivano periodicamente assaliti e saccheggiati dalle tribù liguri delle montagne. Gli insediamenti etruschi a nord dell'Arno (es. Pisa), venivano periodicamente assaliti e saccheggiati dalle tribù liguri delle montagne Nel 500 a.c. ci fu la fondazione dell'oppidum di Genua, sviluppatasi come emporio etrusco dal castelliere ligure situato in località Castello. La città si dimostrò essere un importantissimo centro commerciale, tanto da ampliarsi già verso l'odierna Prè, sul rivo Torbido. I liguri presero presto il controllo di questo insediamento, strappandolo agli etruschi.

I Greci ebbero rapporti ambivalenti con i Liguri: la leggenda della fondazione di Massalia ha come protagonisti i liguri, che controllavano anche quei territori in epoca antica. Si racconta che dei coloni Focesi provenienti da Efeso incontrarono un sovrano ligure di nom Nannu, che li invitò a partecipare ad un banchetto. Durante questo la figlia del re, Gyptis, avrebbe scelto il suo sposo tra i commensali. La giovane espresse la sua preferenza per il greco Protis, grazi al quale i greci ebbero il permesso di fondare il loro emporio. La realtà dei fatti fu tuttavia diversa: dopo i primi anni di pace, i greci entrarono in conflitto con i liguri. La forza di questi impedì agli ellenici di espandersi, essi furono costretti a svilupparsi nelle attività commerciali (essendo tante tribù, i liguri non disdegnavano di commerciare con il nemico di un proprio cugino o alleato), che anche grazie ai Liguri divenne il più importante porto della Gallia. In area litorenea clan da segnalare sono i Genuati (Genova), gli Inguani (Albenga e Diano Marina, Verezzi), i Sabazi (Savona). In area montana importantissimi gli Apuani, situati nella Lunigiana, Garfagnana e Versilia. In Piemonte da segnalare gli Statielli di Alessandria, Bagienni della Valle del Tanaro e i Libui del basso Vercellese. Non sono da dimenticare poi i Sebobrigi di Marsiglia e i Corsi di Corsica.

Tra i V e IV secolo a.c. ci sono testimonianze di commerci esercitati dai Liguri con i popoli della Campania, con i Cartaginesi, con gli Ateniesi. Le tribù liguri dell'interno si dedicavano principalmente alla pastorizia, alla ricerca del metallo, alla caccia. Al contrario i clan costiero vivevano spesso di commercio (oltre a essere uno scalo commerciale, i loro paesi costieri producevano miele e vendevano pietre preziose) e di pesca. Sebbene descritti in alcuni casi come primitivi e selvaggi (non conoscevano la scrittura), i liguri arrivarono a commerciare anche la richiestissima ambra baltica, mentre sviluppavano una prima flotta, che i romani indicavano composta da marinai molto abili. Grazie alla loro abilità guerriera, i liguri delle zone più povere si dedicavano all'attività di mercenari, tanto da servire nei ranghi romani quali ausiliari durante le guerre in Africa contro Giugurta. La flotta ligure non disdegnava neppure la pirateria, attività molto comune nel mediterraneo antico.

Rimane ancora un mistero la loro origine: alcuni autori li considerano indoeuropei, altri pre indoeuropei. La prima si lega a un'origine pregallica, viste le similutidini con il popolo celtico, la seconda invece sostiene invece che i liguri siano come gli iberi eredi delle popolazioni sopravvissute alle migrazioni indoeuropee che calarono in Italia nel III millennio a.c. A prescindere da queste difficili elucubrazioni, sappiamo che i liguri ebbero tre periodi: un periodo pre indoeuropeo o proto indoeuropeo in cui parlavano una lingua del tutto scevra di elementi esterni; un periodo proto celtico (II millennio a.c.) e dal 1000 a.c. si parlerebbe una lingua mescolata tra celtico, etrusco e ligure. Tale retaggio molto forte rimase per tutta l'epoca romana, dove si parlò per lungo tempo di etnia ligure (ligures comati, per la loro abitudine di portare i capelli lunghi). Importanti elementi che distinguono la civiltà ligure da quella celtica (portandola ad assomigliare di più a quella nuragica) sono il pantheon divino e i castellieri.

1. Gli dei venerati dai Liguri, le cui incisioni e monumenti si possono trovare nei monti della Liguria e del Piemonte, erano i numi celesti della montagna, come Pen, Beg e Alb. Presente anche Il culto delle matronae acquatiche (come al santuario di Monginevro), delle divinità cornute e del misterioso re divinizzato di nome Cicnu. Solo dal VII secolo a.c. abbiamo corredi funebri simili a quelli celtici.

2. I Castellieri erano fortezze militari che controllavano la mezza costa e i passi montani. Al contrario degli oppidum non erano abitati da civili, ma rappresentavano presidi militari ed eventuale rifugio per le popolazioni minacciate. Ciò è sintomo di un grande sviluppo militare, che è provato dalla fama guerriera dei liguri e delle loro vittorie contro Romani, Etruschi e Greci. Sappiamo che, nonostante non fossero prestanti come i celti, i liguri sfruttavano appieno le tecniche di guerriglia, di tiro con l'arco e di attacco mordi e fuggi. Da segnalare la terribile disfatta che inflissero ai romani nella battaglia di Valle del Magra, nel 186 a.c.

Alla fine i Liguri vennero sottomessi dai Romani, dopo una lunghissima serie di conflitti di cui parleremo approfonditamente in un altro articolo, ma mantennero la propria identità per secoli. Alla caduta dell'impero i loro eredi si dimostrarono degni del loro passato glorioso: ancora adesso la Liguria è popolata da gente dura, abile, capace di affrontare le difficoltà come fecero i loro avi.


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martedì 28 agosto 2018

Dalle rive del Dora Baltea alla mitica "Taurasia": Salassi e Taurini




Nella Historia della città di Torino, il letterato seicentesco Tesauro parla di un antichissimo mito: Fetonte, figlio di Eridano (che era l'antico nome del Po), dopo aver lasciato l'Egitto giunse in Liguria, oltre la quale trovò una terra fertilissima, attraversata da fiumi come il delta del Nilo. Qui vivevano numerose genti per nulla barbariche, tra cui spiccavano gli adoratori del dio Api, venerato sottoforma di Toro. Il nome di questo popolo, situati nella fantomatica Taurasia, era i Taurini, incontrastati signori del Piemonte centrale. Ma chi erano davvero i Taurini?
Le fonti archeologiche descrivono un popolo che visse in autonomia dal VII secolo a.c. al III secolo a.c. tra la confluenza del Po e la Dora Riparia, nell'area occupata attualmente dalla città di Torino. Le origini di questo popolo sono abbastanza chiare: essi non erano nient'altro che una tribù dei Liguri entrata in contatto con i clan celtizzati, in particolare i Salassi con cui confinavano a nord, e che per questo si distaccarono negli usi e nei riti dai cugini Liguri del sud. Per Plinio e Strabone essi erano infatti definiti come dei Semi-Galli.Al contrario i Salassi, che popolavano la Valle D'Aosta e il Canavese, sembra appartenessero alla cultura di La Thene, di chiara discendenza celtico/gallica. Essi si sarebbero espansi sul finire del VI secolo a.c. calando da nord ed entrando i contatto con i Taurini: qui le fonti sono discordanti. Alcune parlano di terribili conflitti armati, altri di convivenza pacifica. Eppure, quando il potere di Roma e di Cartagine scombussolarono queste regioni, i Salassi e i Taurini si trovarono in due fronti diversi: I Taurini con Roma, i Salassi e gli Insubri dalla parte di Annibale.
Entrambe le popolazioni sono considerate essere le fondatrici di due importanti città. I Taurini avevano come capitale la mitica Taurasia (O Taurinia), che gli storici tendono a situare nella Vanchiglietta dell'odierna città di Torino. Si ricorda inoltre che le truppe di Annibale saccheggiarono Taurasia durante la sua calata verso Roma, poiché non si era piegata alle richieste cartaginesi. Lo stesso nome dei Taurini avrebbe un significato interessante: esso potrebbe derivare dalla radice indeuropea taur, affiancata da alcuni alla voce greca ορος (montagna) da altri al sanscrito sthur (robusto). Forse la collocazione della città dei Taurini nel cuore delle montagne Piemontesi potrebbe essere la ragione di questo nome così imperioso.I Salassi fondarono invece la città di Eporedia, intitolata alla divinità celtica Epona, madre dei cavalli. Dopo la conquista romana il nome si tramutò in Iporea, quindi divenuto l'attuale Ivrea. I Salassi veneravano anche il dio Penn, protettore dei pericoli delle montagne, le cui statue scavate nella roccia si possono ancora vedere in Piemonte e in Liguria (segno di come il dio fosse venerato anche a sud).
I Taurini, secondo Plinio, erano dediti alla selvicoltura, nonché alla coltivazione di alcune varietà di segale quale l'asia e l'aravicelii. Similmente ai liguri non praticavano le tipiche scorrerie celtiche, bensì si dimostrarono più propensi a conflitti in chiave difensiva. Nonostante ci sia giunto poco di loro, è probabile che fossero usi alla costruzione di fortezze come i cugini costieri. Sia Taurini che Salassi sono descritti come abili cavalieri, tanto che prestarono forze di cavalleria alle fazioni in guerra durante i conflitti punici. Era uso di queste genti, come i galli a nord, affiancare il cavaliere da un fante che correva appresso al cavallo tenendosi per la criniera. Una volta giunto in battaglia, il fante supportava il compagno a cavallo, cercando di ferire le zampe del destriero nemico.I Salassi sono considerati dai romani come un popolo più selvaggio e bellicoso dei Taurini, ma è probabile che siano semplici damnatio memoriae causate dall'inimicizia tra i due popoli.
La lingua Taurina non è giunta a noi, almeno non in forme originali, facendo tendere gli storici per un'idioma di origine ligure. Al contrario la lingua Salassa risulta molto interessante: sebbene parlassero una lingua di origine gallica, i legami con il dialetto leponzio e insubre hanno portato a modifiche rilevanti, ancora sopravvissute nel dialetto attuale. Termini quali Bletsé (mungere), Brèn (crusca) e Daille (pino silvestre), come molti altri, sono tutti riconducibili alla pre romanizzazione. Infine sono tanti i toponimi di derivazione celtica (questo come in tante altre aree del nord Italia): Dora (Dora Baltea), Bar, da cui Bard, e Bardonecchia (Borgo fortificato).
I Taurini, dopo all'alleanza con Roma, mantennere un proprio regno indipendente sotto la guida del Re Cozio fino a circa il I secolo a.c. per poi unirsi al dominio Romano con la fondazione di Iulia Taurinorum (Torino), nel 28 a.c. Gli attuali piemontesi, con le chiare influenze francesi e romane, sono diretti discendenti del popolo del Toro. Per i Salassi la conquista fu più drammatica: sconfitti in battaglia nel 143 a.c. resistettero per decenni alla penetrazione dei romani e degli alleati insubro/taurini, finché, con le campagne di Augusto e il rastrellamento operato da Messalla Corvino, vennero definitivamente sottomessi circa nel 25 a.c.
Ma di questa campagna militare così densa di eventi ne parleremo specificatamente in un altro articolo.
Fonti:Le Alpi nel mondo antico, Ralph E. Martin.Storia della Prima Italia, Massimo Pallottino.Preistoria e Storia delle Regioni D'Italia, Gianna G. ButiSulle tracce dei salassi. Origine, storia e genocidio di una cultura alpina. Massimo Centini.


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giovedì 23 agosto 2018

Le furie delle Alpi Orientali: i Camuni, Carni e Reti



I Camuni della Val Camonica, i Carni del Friuli e i Reti del Tirolo e Trentino sono popoli misteriosi, che hanno lasciato dietro di sé ben poche tracce oltre al ricordo e al sangue che ancora alberga nei loro discendenti. Le origine delle tre stirpi, che si pensa si fossero mescolate più volte fra loro, è complicata: i Reti parlavano in una lingua a metà tra l'etrusco e il celtico, ma sembra fossero autoctoni e non legati alle migrazioni del IV secolo a.c. I Carni invece erano di origine celtica, arrivati appunto sull'arco alpino nel quarto secolo, dopo una lunga discesa dalla Carinzia (che prende il nome da loro) e dalla Slovenia occidentale. I Camuni infine erano strettamente imparentati con i Reti, nonostante Plinio il Vecchio li definisse come Euganei, un mitico popolo che si sarebbe mescolato ai vicini Reti dopo l'invasione da parte dei Veneti. Invasione su cui però vi sono numerosi dubbi. Certo che una cosa accomunava queste tre popolazioni, oltre che la lingua e la cultura comune: la forza dei suoi guerrieri d'alta quota.

Con base in Val di Non, probabilmente nell'attuale paese di Sanzeno dove sono stati trovati numerosi reperti archeologici, le tribù più bellicose dei Reti (chiamate dai romani Rucanti e Cotuanti) sferravano continui attacchi contro gli Insubri, i Leponzi di Lugano e i Veneti dell'antica Vicenza, forse per recuperare il bestiame necessario a sostentarsi per i rigidi inverni alpini. Dopo di ché compivano grandi sacrifici alla loro dea comune Reitia, misteriosa divinità femminile venerata pure dai vicini Veneti. Si pensa che il nome Reti nasca proprio da questo culto comune, sebbene non si possa avere alcuna certezza documentale.
I reti erano così feroci da aver strappato ampie porzioni di territorio agli altri popoli del Nord Italia, il che sarebbe dimostrato da iscrizioni in lingua retica trovato in Alto Adige, Veneto, Valle Engadine e pure nei Grigioni Svizzeri.
Da notare che, proprio come l'etrusco, la lingua retica non aveva la lettera O.

I Carni popolavano il Friuli insieme agli Histri e ai Giapidi (definiti dai romani come tutti Euganei), tanto da formare insieme a loro gran parte dell'etnogenesi dell'attuale popolo dell'intero Friuli Venezia Giulia. Usi a costuire fortificazioni alla ligure conosciute come Castellieri, vi sono teorie che pensano a un'ascendenza ligure di queste genti, poi mescolate con veneti, autoctoni e celti. Grandi guerrieri, affrontarono più volte i vicini Veneti e forse militarono anche come mercenari nelle armate Illiriche della regina Teuta durante gli scontri con Roma del 228 a.c. Ciò è comprovato pure dal fatto che i Romani conoscessero bene il valore di queste genti, soprattutto grazie alle descrizioni che gli alleati veneti fornivano spesso e volentieri. Fondata Aquileia nel 181 a.c. iniziò la decadenza dei Carni, che vennero sconfitti in battaglia nel 115 a.c. dai Romani. Tuttavia la gente del Friuli restò fiera e indipendente fino al 50 a.c. quando Cesare conquistò il loro territorio fino al Cadore. Ma ciò non bastò, tanto che nel 35 a.c. i Carni si ribellarono ancora contro l'autorità imperiale, per poi essere assorbiti definitivamente nel 33 a.c.

I Camuni hanno lasciato di sé un ricordo importantissimo: le incisioni rupestri della Val Camonica. Tale tradizione, durata fino alla fine del Medioevo, ci ha permesso di ricostruire con grande accuratezza l'evoluzione di questo popolo di origine Retica. Nel V secolo a.C ebbero contatti con gli Etruschi e gli Insubri della pianura Padana: tracce d'influenza si notano nell'alfabeto camuno, molto simile agli alfabeti nord-etruschi (es. quello Insubrico). Il popolo Camune, inteso nella grande area dei popoli Retici, ebbe la sua sfera d'influenza anche sui monti sopra Verona e sopra Como.
Verso il III secolo a.C. giunsero in Italia popolazioni celtiche che, provenendo dalla Gallia transalpina, si stabilirono nella Pianura padana ed entrarono in contatto con la popolazione camuna: lo testimonia la presenza, tra le incisioni rupestri della Val Camonica, di figure di divinità celtiche quali Cernunnos.

Da notare come tutti e tre popoli non vennero assoggettati e travolti dai galli come si era prospettato, bensì vi fu un'assimilazione pacifica, almeno, non sempre. Infatti è probabile che gli stessi Galli furono respinti da questi duri popoli Alpini, capaci di sfruttare l'altitudine per difendersi e sferrare furibondi attacchi, causa per cui i galli dovettero passare oltre queste regioni senza conquistarle. Rimangono però congetture, poiché non abbiamo alcuna rilevanza archeologica. Tuttavia, conoscendo la bellicosità di questi popoli, non è lontana dalla realtà.

Le genti delle Alpi vennero assoggettate dai romani molto tardi rispetto ai loro cugini di valle: dopo ripetuti attacchi dai parte dei Reti e dei Camuni, Augusto organizzò una spedizione guidata da Druso e Tiberio, che nel 15 d.c. aveva ormai sottomesso l'intero territorio. Numerosi Reti e Camuni vennero deportati verso sud, andando a mescolarsi con la gente del Veneto, del Bergamasco, del Bresciano e del Friuli. Eppure la memoria di queste genti non è mai svanita.
La lingua ladina e quella friulana sono debitrici degli idiomi parlati da questi popoli, ma è soprattutto nell'arte della guerra montana che ancora lo spirito delle genti dei monti a vivere ancora nell'animo degli italiani.
Dopotutto... chi sono i nostri Alpini se non gli eredi spirituali di questi cacciatori delle vette?

Fonti
I Camuni, alle radici della civiltà europea, Emmanuel Anati.
Le Alpi nel mondo antico, Ralph E. Martin.
Storia della Prima Italia, Massimo Pallottino.
Preistoria e Storia delle Regioni D'Italia, Gianna G. Buti

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martedì 21 agosto 2018

Gli Insubri, i misteriosi fabbri del Nord Italia



L'origine etnica degli Insubri si perde nella notte tempi, senza che gli storici siano riusciti a venirne ancora a capo: alcuni ritengono fossero di origine celtica, giunti in Italia durante la grande migrazione del VII secolo a.c. Altri ritengono invece siano autoctoni, un mix culturale tra la cultura di Golasecca (VA) e il popolo dei Liguri. Poiché sembra che le tradizioni culturali di questo popolo siano rimaste le medesime per lungo tempo, anzi pare che si siano evolute proprio grazie a una convivenza pacifica con i popoli montani, le tribù celtiche di passaggio, i veneti e gli etruschi emiliani, negli ultimi anni l'ipotesi dell'assimilazione piuttosto che dell'invasione da parte dei celti ha guadagnato numerosi consensi.

Sebbene i romani considerassero gli Insubri i signori dell'intero nord Italia padano, il territorio degli Insubri andava con tutta probabilità dal lago di Lugano alla città di Mediolanum, che secondo le leggende fu fondata da questo popolo. Centri molto importanti furono Angera (VA), Golasecca (VA), Varese (VA), Brescia (poi occupata dai Cenomani) forse anche la stessa Bergamo e Como. Gli insubri parlavano una lingua complessa, che gli storici hanno ricostruito sulla base delle risultanze di due alfabeti: quello di Lugano (derivato dall'alfabeto nord Etrusco) e quello Leponzio del II e I a.c. Ciò non fa altro che confermare come gli Insubri si fossero perfettamente mescolati agli altri popoli italici, senza i devastanti conflitti che invece Tito Livio sembrava avvalorare.
Come in tutte le aree regionali italiane, le ricerche di campioni di sangue hanno rivelato che la maggior parte degli abitanti della zona possiede ancora dna insubrico/golasecchiano, segno di come la civiltà romana e poi quella longobarda non abbiano sostituito la popolazione originaria. Molte aree del Nord Italia, come le zone di Brescia non erano propriamente sotto il controllo degli Insubri, ma avevano con essi importanti rapporti sia commerciali che, forse, di vassallaggio.

Benché risultanza avvolta nel fumo nebuloso che circonda i miti, pare che gli Insubri fossero famosi per essere degli abilissimi armaioli: i fabbri Trumplini della Val Trompia pare avessero forgiato per loro grandiose armature (valle popolata fin dal 8000 a.c. e rimasta indipendente fino al 15 a.c.) e i fabbri della città di Mediolanum ne avessero imparato i segreti. Queste tecniche di forgiature furono poi imitate dai romani, sia dopo i primi scontri che dopo la conquista della regione. La foggia degli elmi e delle corazze di maglia dei legionari romani di epoca tardo repubblicana devono molto al contributo dei fabbri dell'Insubria, che continuarono a operare per tutto il periodo romano. Non solo! Milano rimase un importante centro di armeria anche nel medioevo. E nella Val Trompia si forgiarono armi per tutto il medioevo, si crearono le prime armi da fuoco e ancora adesso indovinate di dove è originaria la Beretta?
Poiché i Trumplini vennero deportati in massa dopo la loro sconfitta per mano dei romani, ci sono teorie che credono che il loro territorio disabitato venne colonizzato da abitanti provenienti dall'Insubria, forse gli unici a poter portare avanti le tecniche per forgiare le leggendarie armature.

La società degli Insubri, dalle poche risultanze che si possiedono, pareva essere strutturata sulla base di una aristocrazia militare, che aveva al suo culmine un re. Questo primus inter pares doveva avere un governo molto forte di un territorio ampio (grande differenza rispetto ai normali celti, ma ben più simile ai vicini etruschi) poiché a Clastidium il dux insubrorum Viridomaro (forse re o forse generale) schierava un intero esercito insubre ai suoi soli ordini. Alcune immagini di presunte druidesse trovate in Piemonte, insieme ai tanti dolmen e pietre coppellate sparse per il territorio Lombardo-Piemontese, assimilano la religione Insubre a quella celtica e a quella ligure. La presenza di sacerdotesse donne, che gli stessi romani indicavano come abili guaritrici e maestre dell'erboristeria, confermerebbe un'importanza femminile nella società insubre, che rimase tale fino al rinascimento. Basta pensare ai tanti processi contro le streghe che si tennero nel 1500 nel territorio dei laghi per capire quanto fosse radicata questa tradizione femminile ormai perduta.

Gli insubri erano maestri della fanteria, guerrieri corazzati che affrontavano il nemico con muri di scudi e piogge di giavellotti e proietti. Temuti soprattutto per le loro armature sopraffine, gli Insubri combatterono contro Roma a fianco di Annibale. Nella battaglia del Lago Trasimeno il console romano Flaminio, che cinque anni prima aveva distrutto Milano, venne ucciso da un cavaliere insubre di nome Ducario. Gli Insubri vennero definitivamente sottomessi nel 194 a.c. tramite un'alleanza tra i due popoli. Da quel giorno gli Insubri divennero fedelissimi alleati dell'Urbe, tanto da ricevere la cittadinanza latina solo nell'89 a.c. e quella romana nel 49 a.c.
La X legione Veneria, così amata da Giulio Cesare, aveva buona parte dei suoi soldati reclutati appunto nel territorio degli Insubri.

Fonti principali
Gli Insubri, di Adriano Gasponi 2009
La Romanizzazione degli Insubri, di M. Teresa Grassi, 1995
Celti D'Insubria, di Venceslav Kruta 2004

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