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sabato 15 settembre 2018

Samurai! Saburo Sakai, leggendario asso nipponico (1916-2000)



La famiglia nella quale Saburo nacque nel 1916 era appartenuta un tempo alla casta militare dei samurai, ma era stata poi costretta a darsi all'agricoltura in seguito all'haihan-chiken. Rimasto orfano a 11 anni e ottenuti scarsi successi negli studi, a 16 anni si arruolò nella Marina imperiale giapponese, un ambiente dove vigeva una disciplina durissima e in cui le reclute venivano violentemente percosse per ogni minima effrazione o errore. Grazie alla sua educazione che era stata incentrata sul rispetto delle norme del Bushido e dell'Hagakure, Saburo riuscì non solo a superare il massacrante addestramento, ma si guadagnò il grado di sergente di marina prima di fare richiesta per entrare in una scuola per piloti. Come premio per la sua abilità che lo aveva reso il miglior allievo del corso, ricevette un orologio d'argento dall'Imperatore in persona, prima di venire trasferito in suolo cinese, dove c'è un disperato bisogno di piloti. Qui, pilotando un Mitsubishi A5M abbatte la sua prima preda, un Polikarpov I-16. Quando il suo aeroporto venne bombardato da 12 veicoli cinesi, il già ferito Sakai balzò sul primo aereo ancora utile, inseguì gli assalitori e ne abbatté uno prima di tornare indietro per la mancanza di carburante e tentare un atterraggio di emergenza a causa delle ferite.

Trasferito nella base di Hankow, venne selezionato per pilotare il leggendario Mitsubishi A6M "Zero", con il quale prende parte, il 7 dicembre 1941, all'attacco su Clark, base statunitense nelle Filippine che viene rasa al suolo. Nel corso di quella che all'epoca fu un'incursione da record per la distanza percorsa, Saburo abbatté un bombardiere B-17, primo abbattimento da parte di forze giapponesi di questo tipo di aeroplano. Trasferito in Borneo, mise in evidenza due delle sue caratteristiche più tipiche: la grandissima abilità e l'atteggiamento ribelle. Nei cieli sopra Surabaya infatti 23 Zero affrontarono una cinquantina di caccia olandesi, abbattendo una quarantina di nemici in cambio di tre sole perdite (anche se i numeri sono incerti).
La sua attitudine critica verso gli arroganti ufficiali superiori e la tipica mentalità giapponese lo portarono a disobbedire all'ordine di abbattere qualsiasi veicolo nemico, quando risparmiò un Douglas DC-3 carico di civili, e a compiere gesti provocatori come lo spettacolo acrobatico che Sakai e gli assi Hiroyoshi Nishizawa e Oshio Ota (con i quali formava il famoso "Cleanup Trio") offrirono ai piloti alleati di Port Moresby.

Trasferito nella base di Lae, in Nuova Guinea, si guadagnò il rispetto degli equipaggi di terra e d'aria (perse pochissimi gregari durante la guerra) con la sua abilità ma anche con il suo carattere così diverso da quello degli arroganti e violenti ufficiali cui erano abituate le truppe. Ma durante i ferocissimi scontri sopra Guadalcanal, l'8 agosto, Sakai venne colpito in testa da un colpo di mitragliatrice. Il proiettile passò attraverso il cranio del pilota, accecandolo da un occhio e paralizzando il lato sinistro del suo corpo. In queste condizioni terrificanti riuscì a percorrere in 4 ore e mezza i 1.000 km che lo separavano dalla base di Rabaul, dove rifiutò qualsiasi cura medica prima di aver fatto rapporto. Un'operazione senza anestesia gli permise di usare di nuovo la parte sinistra del corpo ma nulla poté essere fatto per salvare il suo occhio destro. Dopo 6 mesi di riabilitazione, il pilota ormai orbo trascorse un anno ad addestrare nuovi piloti, vedendosi rifiutato il permesso di tornare a combattere fino all'aprile del 1944.

Tornato nella mischia, Sakai ingaggiò gli statunitensi in una serie di scontri sopra Iwo Jima, dimostrando la sua esperienza e abilità quando riuscì a sfuggire a quattro moderni Hellcats senza venire mai colpito una sola volta. La sua indole ribelle emerse ancora una volta, quando si rifiutò di portare a morte certa i suoi uomini, a cui era stato ordinato di portare a compimento un attacco kamikaze, portandoli invece in salvo a Iwo Jima. Nonostante la sua grave menomazione, riuscì ad abbattere altri 4 veicoli nemici, portando le sue vittorie alla cifra di 64, che gli valsero la promozione ad ufficiale, un onore concesso molto raramente nell'esercito imperiale. L'alfiere Saburo Sakai venne scelto insieme ad altri per pilotare una forza equipaggiata con i moderni e ottimi Kawanishi N1K Shinden, ma ormai era troppo tardi. Dopo il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, lui e altri nove compagni contravvennero agli ordini per combattere un ultimo scontro, per poi dover accettare anch'essi la sconfitta del Giappone.

Promosso a sotto-tenente, dopo la guerra divenne un buddista devoto, vegetariano e pacifista, tanto che giurò di non uccidere mai più un essere vivente, nemmeno una mosca.
La sua vita post-bellica inizialmente venne segnata dalla povertà e dal dolore per la morte prematura della moglie, ma nel 1952 aprì una piccola tipografia e inviò la figlia a studiare in America. Criticò aspramente il governo giapponese e le scelte ottuse e arroganti che avevano provocato la morte di centinaia di migliaia di persone, oltre a denunciare come i suoi superiori lo discriminassero e maltrattassero, nonostante le sue imprese eroiche. In seguitò visitò gli Stati Uniti dove incontrò molti dei suoi antichi avversari, con i quali intrattenne rapporti improntati al rispetto e alla stima reciproca. Il pilota che si era distinto non solo per abilità, resilienza e amore per la propria patria, ma anche per galanteria e rispetto per la vita umana morì il 22 settembre 2000 durante un incontro fra veterani nella base navale di Atsugi, a causa di un attacco cardiaco.


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Sangue nei Balcani: la battaglia di Durazzo, 18 ottobre 1081



Dopo aver conquistato la Sicilia araba e il sud Italia bizantino, Roberto il Guiscardo non prese bene la deposizione dell'imperatore Michele VII Dukas. Infatti Costantino, il figlio del monarca, aveva preso in sposa la figlia del duca di Apulia e Calabria, Elena, che ora vedeva svanire la sua possibilità di sedere sul trono di Costantinopoli come imperatrice. Col pretesto di supportare le pretese di Costantino contro l'usurpatore Alessio I Comneno, Roberto trasportò con 150 navi i suoi 15.000 uomini in Illiria, con l'obbiettivo di catturarne la capitale Durazzo. Ma la città era ben difesa e non temeva l'assedio, tanto più che il doge Domenico Selvo accettò la richiesta di aiuto in cambio di concessioni commerciali offerte da Alessio. Gli esperti marinai veneziani sorpresero la flotta di Roberto e le inflissero una sonora sconfitta a colpi di fuoco greco e abbordaggi. Nonostante ciò il Guiscardo non si scoraggiò e cominciò l'assedio della città, difesa dall'esperto Giorgio Paleologo. Per tutta l'estate i normanni bombardarono la città con baliste e catapulte, mentre i difensori compivano improvvise sortite per distruggere le macchine e le scorte degli assalitori. Oltre alla distruzione delle loro macchine (prima fra tutte la preziosa torre d'assedio), i normanni dovettero subire un'epidemia che decimò i loro ranghi.

Ma l'imperatore Alessio non era lontano: ben presto il suo variegato esercito composto da tagmata traci e macedoni, unità d'élite excubita e vestiaritae, manichei, cavalleria tessala, coscritti dei Balcani, fanteria armena, ausiliari turchi, mercenari franchi e la temibile guardia Variaga. Quest'ultimo corpo d'élite all'epoca era formata principalmente da anglo-sassoni, scacciati dalle isole britanniche dopo la conquista normanna. A questi nerboruti giganti ascia-muniti si presentava finalmente l'occasione di regolare i conti con gli intraprendenti uomini del nord. Alessio, contro al parere dei suoi generali, volle immediatamente attaccare Roberto, che informato dei suoi movimenti, abbandonò l'assedio e si preparò allo scontro campale. Entrambi i comandanti divisero il proprio esercito in tre divisioni, avanzando cautamente contro il nemico. I variaghi costituivano l'avanguardia bizantina, un muro di asce e scudi dietro cui si riparavano gli arcieri che scoccavano e tornavano a ripararsi dietro i mercenari nordici. Roberto lanciò dei cavalieri per provocare i variaghi e distoglierli dalle loro posizioni, ma i normanni furono fermati dalla pioggia di frecce che li ricacciò indietro. D'improvviso la destra normanna guidata da Amico di Giovinazzo si lanciò contro il centro e il lato sinistro bizantino, che però resse all'urto, e addirittura mise in rotta gli attaccanti. Dimentichi del pericolo cui si sarebbero esposti, i variaghi allora partirono all'inseguimento degli sconfitti che fuggivano verso il mare.

A questo punto comparve Sichelgaita, sposa longobarda del Guiscardo, che indossate armi e armature rianimò gli inseguiti con la sua determinazione e il suo coraggio che la rendevano "una seconda Atena". I variaghi che avevano messo in fuga i cavalieri normanni con le loro grandi asce a due mani erano ora esausti e separati dal resto dell'esercito, facile prede per i balestrieri e i lancieri di Roberto. I sassoni superstiti allora cercarono rifugio nella vicina chiesa dell'Arcangelo Michele, forse sperando nella protezione dell'Onnipotente, che però non poté impedire ai normanni di dare l'edificio alle fiamme, fra le quali perirono orribilmente tutti i variaghi. Nemmeno una sortita del coraggioso Giorgio Paleologo poté ribaltare le sorti della giornata, che fu decisa quando i cavalieri normanni caricarono il centro bizantino usando il nuovo modo di caricare, con la lancia in resta per infliggere il massimo danno al nemico. Vedendo l'ago della bilancia pendere dalla parte dei normanni, gli alleati serbi e turchi di Alessio si persero d'animo e decisero di abbandonare la lotta, lasciando l'imperatore al suo destino. Alessio stesso rischiò di essere ucciso più volte e venne salvato dalla mano di Dio secondo i cronisti, dalla sua ottima armatura secondo i pragmatici.

Anche se il Guiscardo fu richiamato in Italia dalle rivolte scoppiate in sua assenza e dalle richieste di aiuto del papa, i bizantini dovettero subire altre due sconfitte ad Arta e Giannina prima di poter espellere gli invasori nel 1083 e riconquistare così a caro prezzo i Balcani. I veri vincitori furono probabilmente i veneziani, che si guadagnarono la stima dell'imperatore, oltre che una colonia commerciale a Costantinopoli e diverse esenzioni fiscali.

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Da eroe delle SS ad assassino per il Mossad: Otto Skorzeny e l'Operazione Damocle



Negli anni Sessanta il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser stava sviluppando un programma missilistico per minacciare direttamente Israele. Non potendo fare affidamento sui sovietici o sugli americani per accedere a tale tecnologica, si era rivolto all'Europa, assoldando un buon numero di scienziati tedeschi che in passato avevano sviluppato armi per il regime nazista di Hitler. Secondo le loro fonti, gli israeliani scoprirono che nella misteriosa "fabbrica 333", gli egiziani stavano costruendo oltre 900 razzi, oltre a stare sviluppando sostanze chimiche, biologiche e le testate a combustione di gas per queste armi. Per scoraggiare gli scienziati tedeschi il Mossad era ricorso a minacce telefoniche e l'invio di alcune lettere bomba, ma con scarso successo. Non potendo permettere che una tale minaccia si concretizzasse, Israele diede via all'Operazione Damocle, un'azione su larga scala che prevedeva il ricorso a qualsiasi mezzo pur di salvaguardare la sicurezza dello stato ebraico. Anche fare un patto col diavolo.

Otto Skorzeny, il viso sfigurato dall'iconica cicatrice, era stato una delle SS preferite di Hitler, considerato "l'uomo più temuto d'Europa" che aveva liberato Mussolini dal Gran Sasso e aveva portato a termine altri audaci missioni come commando e infiltrato. Processato per crimini di guerra, era stato assolto anche grazie alla testimonianza a suo favore di un ufficiale inglese, che aveva dimostrato quanto anche il nemico lo rispettasse. Dopo la liberazione aveva visitato vari paesi, fino a stabilirsi in Spagna. Proprio in un bar altolocato di Madrid, nel 1962, lui e sua moglie furono avvicinati da una sofisticata coppia tedesca che, a loro dire, era stata rapinata e aveva perso i documenti. I quattro iniziarono a bere e chiacchierare amabilmente, fino a quando l'ex SS invitò i due a casa sua. Ma nel suo salotto, senza alcun preavviso, Skorzeny puntò una pistola contro gli ospiti.
«Ho capito chi siete, agenti del Mossad, e volete uccidermi!». In tutta calma i due rivelarono le loro identità ma affermarono che «...se avessimo voluto ucciderti saresti già morto. Vogliamo farti un'offerta».

C'era una sola cosa che l'austriaco desiderava e che il Mossad poteva dargli: l'essere cancellato dalla lista nera di Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti. Fu questo il premio che gli venne promesso se avesse aiutato i suoi antichi nemici a sabotare i piani degli egiziani. Giunto in Israele ricevette istruzioni da Isser Harel, la mente che aveva organizzato il rapimento del nazista Adolf Eichmann, e si recò in Egitto, dove acquisì molte informazioni sugli scienziati al soldo di Nasser grazie alle sue connessioni. In un caso, fu lui stesso a inviare il pacco bomba alla fabbrica di Heliopolis che uccise cinque operai egiziani che lavoravano per gli ex-nazisti. Ma il suo contributo più grande alla sicurezza di Israele non lo diede in Medio Oriente o in Africa, ma a Monaco. Nella città bavarese risiedeva Heinz Krug, ex-scienziato che aveva contribuito alla costruzione dei missili V-1 e V-2 e capo di una società di che forniva attrezzature militari all'Egitto.

Ormai era chiaro che il Mossad era sulle traccie di chi collaborava con Nasser, e il 49enne aveva già ricevuto diverse telefonate nel cuore della notte che lo minacciavano di morte nel caso in cui non avesse smesso di collaborare con gli egiziani. Temendo per la propria vita, Krug si era rivolto a un vero eroe del Reich, il tenente colonnello Otto Skorzeny, da poco entrato in contatto con lui. Quando salì in macchina con la sua nuova bodyguard, gli venne spiegato che i tre uomini nella macchina dietro di loro erano guardie del corpo fidate, mentre in realtà erano agenti del Mossad, fra i quali vi era anche il futuro premier Yitzhak Shamir. I due ex-nazisti si recarono in un bosco, dove avrebbero dovuto discutere sul da farsi, ma invece Skorzeny estrasse la pistola e freddò l'allibito Krug.

L'Operazione Damocle attirò molte critiche su Israele e dovette essere sospesa per non incrinare i rapporti con la Germania, ma funzionò: molti scienziati tedeschi lasciarono il paese e Nasser dovette rivolgersi ai sovietici per continuare la sua corsa agli armamenti. Ma nonostante il grande contributo dato, Simon Wiesenthal si rifiutò categoricamente di rimuovere dalla sua lista l'ex-SS. Alla fine il Mossad fabbricò una finta lettera del cacciatore di nazisti in cui dichiarava che Skorzeny non era più un nemico di Israele. Nonostante questo, forse il Mossad sarebbe tornato per la sua testa, se l'austriaco non fosse morto di cancro nel 1975 a Madrid, ma almeno poté trascorrere gli ultimi anni in relativa tranquillità.

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Un vecchio conto in sospeso: Marignano, 1515


Del fiero ducato di Milano era rimasta una pallida ombra.
Massimiliano Sforza veniva sfruttato come un burattino dai Cantoni Svizzeri, che dopo le tante vittorie nel corso degli anni si erano trasformati in una potenza regionale. I Francesi avevano ridotto gli stati italiani all'impotenza dopo le continue invasioni, anche l'astro di Venezia si era affievolito. Per l'Italia si stava per aprire un periodo di continue dominazioni straniere: sembrava che per primi toccasse agli svizzeri, adesso signori della Valtravaglia, Valcuvia e della Val D'Ossola (in mano ai Vallesi).

Eppure l'Italia non si sarebbe piegata né ai francesi né tantomeno agli svizzeri, ma avrebbe presto il suo posto nel sogno imperiale di Carlo V. Tuttavia in quel momento la Francia risultava essere l'unico alleato contro la Svizzera: Francesco I aveva attraversato le Alpi con 50.000 uomini e 70 cannoni, deciso a prendere il controllo del ricco Ducato. Colti di sorpresa, gli svizzeri abbandonarono i Colli del Monginevro e ripararono a Milano, dove la popolazione era stremata dal malgoverno di Massimiliano e dalle ruberie degli elvetici. A Gallarate si venne alla stipula di un accordo: i francesi offrivano concessioni agli svizzeri, ma in realtà negoziavano con il Papa alle spalle dei confederati. Dopo la firma del trattato, il Canton Berna, Friburgo, Vallese e Soletta, si ritirarono con 10 000 dei propri soldati, indebolendo le forze del Ducato di Milano.

L'esercito Svizzero agì comunque con grande coraggio.
Invece di attendere all'interno delle vecchie mura Milanesi, incapaci di reggere a un bombardamento, e soprattutto per il timore di un insurrezione dei cittadini, i confederati marciarono contro i francesi, intercettandoli nei pressi del villaggio di Zivido, sulle sponde al Lambro. L'armata francese era imponente: 2.500 gendarmi pesanti a cavallo, 1.500 cavalleggeri italiani, 10.000 fanti mercenari francesi, italiani, guasconi, baschi, 9.000 lanzichenecchi, tra cui i temibili veterani dell'armata nera. Questa forza (circa 6000) era chiamata così perché indossavano livree nere, molti simili a quelle bande nere italiane che sarebbero nate 2 anni dopo nelle guerre dD'Urbino. Questi guerrieri sarebbero stati poi tacciati come traditori, perché continueranno a combattere per la Francia contro i loro compratrioti che invece si schierarono per l'Impero.
Infine svariate migliaia di mercenari italiani: anch'essi indossavano livree nere, decisi a vendicare i tantissimi affronti ricevuti dagli svizzeri (come a Morat).
L'armata confederata era formata da 20,000 veterani, i più temuti combattenti sul campo, affiancati da circa 5000 soldati milanesi, ben poco propensi a combattere con i loro dominatori.

I Francesi non si dimostrarono all'altezza della situazione: prima che sorgesse il sole il campo francese venne assalito dagli svizzeri, i quali rubarono molti pezzi di artiglieria e ferirono lo stesso re Francesco I.
I Lanzichenecchi (come accadrà in tanti altri scontri) non ressero il confronto con i picchieri svizzeri: i loro ranghi vennero sfondati, portandosi dietro nella fuga anche i guasconi, i francesi e i baschi. Solo i mercenari italiani tennero duro.
Essi potevano sfruttare le ottime armature pesanti e la superiorità di fuoco donata dagli archibugi per rallentare l'avanzata svizzera.
Fu Gaspard I De Coligny, poi nominato Maresciallo di Francia, a rinserrare i ranghi dell'armata reale, che per un soffio non venne annientata.
Alle quattro del mattino gli svizzeri si accamparono, non essendo riusciti a rompere lo schieramento francese.
Le perdite di questi erano state tantissime (circa 6000 soldati) e la giornata successiva pareva essere in mano agli svizzeri.

Ma la mattina dopo, dalle alture vicine allo scontro, garrì il Leone di San Marco. 12.000 veneziani, al comando di Bartolomeo D'Alviano, si gettarono contro le forze degli odiati svizzeri. Circondati dalle due armate, i confederati tennero duro prima di essere massacrati senza pietà: gli italiani furono spietati, immergendo le lame nei guerrieri elvetici al ricordo dei morti di Morat. Tra gli svizzeri le perdite furono altissime, solo metà dei picchieri riuscì a tornare a casa (circa 10.000 morti).

Marignano rappresentò la fine dell'espansione svizzera: da quel giorno i confederati non si arrischiarono più in offensive extraterritoriali.
La loro influenza sul Ducato di Milano era finita e i loro balliaggi delle valli vennero restituiti ai nuovi dominatori (non prima di aver distrutto e saccheggiato il territorio, facendo scempio di tantissime opere d'arte e castelli, in particolare in Valcuvia).
Ma la guerra era ben lungi dall'essere giunta a una conclusione.
La Francia si ergeva quale nuova vincitrice, anche grazie all'alleanza con la repubblica Veneta, eppure all'orizzonte si addensavano nuvole nere.

E dietro di essere baluginava l'aquila imperiale...

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lunedì 10 settembre 2018

La furia della vecchia confederazione: Morat, 1476




20.000 mercenari circondavano Morat, roccaforte fedele ai cantoni sita sul lago omonimo. Il Duca Carlo I, furibondo per l'ignominosa sconfitta di Grandson (1476), desiderava una rivincita. Ai suoi ordini c'erano arcieri inglesi, picchieri fiamminghi, armigeri italiani (5000) e la sua abilissima cavalleria pesante, l'unica che era riuscita a mettere in difficoltà gli svizzeri nelle precedenti battaglie. Non c'era invece la sua costosa artiglieria, caduta nelle mani degli svizzeri, sebbene fosse riuscito ad acquistarne altri pezzi per rinforzare le palizzate del suo campo.
Non mancavano neppure i Savoiardi del conte Romont, in gran parte cavalleggeri, che si posizionarono a nord per intercettare i rinforzi degli svizzeri.

Il Temerario schierò le truppe per accogliere i nemici, che riteneva sarebbero giunti dalla direttiva del ruscello di Burggraben. Al centro fece costruire un'imponente opera di trinceramenti e palizzate, dove si posizionò la maggior parte della fanteria non impegnata nell'assedio. Alla destra si schierarono i gendarmi, che con le loro spade, azze e alabarde avrebbero dovuto aprirsi un varco nel porcospino svizzero. L'artiglieria era a sinistra, situata su un avvallamento scosceso che permetteva di bombardare senza ostacoli le truppe confederate. Sembrava un piano perfetto, ma il destino non arrise ai borgognoni.

Mentre in città si combatteva lungo le brecce, le forze del Temerario ricevettero più volte notizia dell'imminente arrivo dei confederati, dunque non mollarono mai i loro posti dietro le palizzate, sempre sul chi vive. All'alba del 22 giugno sembrava che la battaglia stesse per iniziare, le voci dell'arrivo dei ribelli si rincorrevano per il campo. Ma i militi del Duca rimasero per ore sotto la pioggia senza vedere alcun avversario, tanto che Carlo fece smontare i cavalieri e distribuì il pasto di mezzogiorno. Era pure giorno di paga per i mercenari. Rimasero alla palizzata solo 3000 uomini, stretti nei mantelli e sferzati dalla pioggia
Fu in quel momento che gli svizzeri calarono sul nemico.

L'avanguardia, 6000 fanti e 1200 cavalieri, emerse dalla foresta di Birchenwald, nel punto esatto predetta dal duca. Insieme a loro marciava il blocco principale dell'esercito confederato: 10.000 picchieri disposti a cuneo, protetti ai fianchi da alabardieri da un ulteriore anello di picchieri in armatura pesante. Una retroguardia di 6000 miliziani chiudeva la colonna svizzera, che non mancava di archibugieri e schioppettieri. Gli svizzeri caricarono a testa bassa la palizzata, i cui difensori combatterono come diavoli per dare tempo ai compagni di organizzarsi.
L'artiglieria riuscì a sparare poche salve, ma inflisse un grave scotto ai confederati, stretti in quella falange. Non appena un gruppo di picchieri trovò un sentiero sinistro senza protezione, la palizzata venne travolta del tutto. I difensori vennero trucidati e l'armata svizzera calò sul campo, avvinto dalla confusione. Carlo galoppò in mezzo ai suoi uomini nel tentativo di riunirli, ma gli attacchi dei mercenari si infrangevano contro l'inesorabile muro di picche. Sebbene i cavalieri pesanti riuscirono a mettere in rotta i soldati di Lorena, la battaglia era ormai perduta.

Carlo Il Temerario dovette dare con cuore grave l'ordine di ritirata, che si trasformò in una rotta. Gli svizzeri erano furibondi per l'affronto di Grandson, dove 400 connazionali erano stati impiccati senza pietà, dunque sfogarono la propria rabbia contro i mercenari in fuga.
Morirono quasi 10.000 uomini, non vennero risparmiati neppure i seguiti di donne e civili che erano soliti seguire gli eserciti dell'epoca. Mentre i Savoiardi riuscirono a fuggire insieme ai cavalieri grazie ai loro destrieri e alla posizione defilata, per gli italiani fu un eccidio.
Essi avevano combattuto sulle sponde del lago sia contro i confederati che contro i difensori della città riunitisi in una sortita. Tennero duro per l'intera giornata, infliggendo grandi perdite ai nemici, ma alla fine dovettero cedere. Non ci fu pietà per quei mercenari, stretti tra lago e picche nemiche, che vennero praticamente sterminati.
Fu un evento terribile per il mercenariato italiano, tale da rimanere nelle coscienze dei peninsulari fino alla battaglia di Marignano (1513), dove le armate "nere" italiane riservarono lo stesso trattamento ai mercenari confederati.

Il duca Carlo era invece riuscito a sopravvivere ancora una volta alla disfatta, ma la sua reputazione era in pezzi. Il suo istinto guerriero non si era ancora placato e, in un ultimo tentativo di riconquistare il suo onore, sarebbe morto in battaglia.


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sabato 8 settembre 2018

Avanti, Tridentina! La battaglia di Nikolajewka, 26 gennaio 1943


Con l'offensiva Ostrogožsk-Rossoš', la terza grande spinta per intrappolare le forze dell'Asse e distruggerle, i russi danno inizio a quella che noi conosciamo come Seconda battaglia difensiva del Don, mentre le Divisioni di Fanteria italiane, battute, iniziano quella marcia di ripiegamento da incubo in cui i morti e i congelati si conteranno a migliaia.
Il Corpo d'armata alpino, ultimo corpo ancora efficiente dell'8ª Armata italiana in Russia, riceve l'ordine di resistere sulle proprie posizioni per non essere accerchiato. Ma dopo aver sfondato le linee tedesche a sud e quelle ungheresi a nord, i russi possono intrappolare gli italiani, il cui fronte centrale non è caduto. Per non essere annientate, le nostre formazioni, cui si aggregano migliaia di rumeni, ungheresi e tedeschi, iniziano la durissima marcia per rientrare entro le linee amiche. Oltre al gelo, alla mancanza di mezzi, vestiti, cibo, medicine e armi, i soldati italiani devono subire i frequenti e improvvisi attacchi russi, oltre a dover pagare altissimi tributi di sangue per forzare i blocchi sovietici.

Dopo 15 drammatici giorni e 200 km punteggiati da perdite e sacrifici, la mattina del 26 gennaio le colonne in ritirata giungono davanti a Nikolajewka, un piccolo villaggio eretto su una modesta collinetta. Circa tre battaglioni russi supportati dai partigiani si sono arroccati fra le isbe, sfruttando il terrapieno della ferrovia, trincee e muri per trasformare il villaggio in una piccola fortezza. Per aprire la strada ai 40.000 uomini semi-congelati e quasi disarmati, bisogna affidarsi agli unici ancora in grado di affrontare uno scontro tanto duro: gli alpini della divisone Tridentina. Potendo contare sul supporto di fuoco del gruppo artiglieria Bergamo e di tre semoventi tedeschi, gli alpini a colpi di fucili e bombe a mano riescono a snidare i tenaci difensori dalla prima linea di difesa. Viene raggiunta la scarpata della ferrovia e i mitraglieri possono appostarsi nelle isbe appena sottratte al nemico. La reazione russa è violentissima: per tutta la mattina si procede ad assalti e contrassalti, con feroci scontri ravvicinati con bombe, fucili e pugnali casa per casa.

Inchiodati dal fuoco intensissimo dei sovietici, supportati dagli aerei che mitragliano a bassa quota, dalle mitragliatrici appostate che fanno strage e da un maggior numero di armi pesanti, nonostante i rinforzi che giungono verso mezzogiorno, gli alpini disperano di poter conquistare Nikolajewka, tanto che gli ufficiali si lanciano alla testa dei reparti per catturare il villaggio prima che il calar del sole sancisca una notte all'addiaccio e alla mercé del nemico. Il Capo di Stato Maggiore del Corpo d'Armata Alpino Giulio Martinat, vedendo gli alpini del suo battaglione Edolo andare all'assalto, dichiara «Ho cominciato con l'"Edolo", voglio finire con l'"Edolo"» per poi cedere al suo istinto di soldato, imbracciare un fucile e lanciarsi all'attacco coi suoi, incitandoli con le parole «Avanti alpini, avanti di là c'è l'Italia, avanti!» prima di venire mortalmente colpito.

Quando ormai la speranza sta per cedere il passo alla disperazione, il generale Luigi Reverberi balza su l'ultimo carro armato utile e con la pistola in pugno lancia il mezzo contro le linee nemiche al grido di «Avanti, Tridentina!». Il gesto e il grido elettrizzano sia i combattenti che la massa di sbandati, che incuranti del pericolo si lanciano come una valanga umana contro gli atterriti russi, che fuggono lasciando le armi e i morti dietro di sé. Con la via finalmente aperta, la strada per Shebekino, il luogo dove finirà la tremenda marcia, è aperta. Ma a che costo?
Sulla neve di Nikolajewka rimangono 3.000 penne nere e 39 ufficiali, un altissimo tributo pagato per permettere alle colonne di commilitoni di trovare la salvezza e un possibile ritorno a casa.

Citando il canto Sul ponte di Perati:

Gli Alpini fan la storia,
la storia vera:
l'han scritta con il sangue
e la penna nera.

Artwork di Giuseppe Rava

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mercoledì 5 settembre 2018

Magnifico, ma questa non è guerra: la carica della brigata leggere



Mezza lega, mezza lega
avanti, una mezza lega,
nella valle della Morte
cavalcarono tutti i seicento

25 ottobre 1854, Crimea. Le forze russe attaccano il campo britannico di Balaklava, nel tentativo di rompere l'assedio di Sebastopoli. Durante gli scontri che seguono fra soldati dello zar e truppe franco-inglesi, i russi riescono a catturare i cannoni navali dei turchi posizionati sulle alture Causeway e iniziano a rimuoverli. Non essendo ancora arrivate le due divisioni di fanteria richieste e avendo a disposizione solo due brigate di cavalleria, il comandante inglese Lord Raglan comanda al capitano Nolan di portare al marchese di Lucan l'ordine di attaccare i russi coi suoi cavalieri. Quando il marchese chiede a quali cannoni si riferisce l'ordine, non riuscendo a vedere il fianco destro occupato dai russi, Nolan indica con veemenza i quattordici cannoni dietro i quali si è raggruppata la cavalleria respinta dal 93° Highlanders, la famosa "sottile linea rossa".

Lucan ordina al marchese di Cardigan di caricare con la brigata leggera, mentre lui seguirà con la brigata pesante. Quando i dragoni leggeri, i lancieri e gli ussari di Cardigan entrano nella vallata, si fa chiaro che l'impresa è suicida: fra i cavalli britannici e le bocche da fuoco nemiche ci sono quasi 2 km di terreno aperto e pianeggiante, da percorrere sotto il fuoco d'infilata provenienti dai cannoni e dai fucilieri russi schierati sui pendii a lato della vallata. Nolan non può chiarire il malinteso, in quanto è uno dei primissimi a cadere; Lucan, rendendosi conto della situazione, arresta la brigata pesante e lascia che i 673 cavalleggeri di Cardigan attacchino da soli.
I russi sono sconvolti. Pensano che gli inglesi siano ubriachi, e aprono il fuoco sugli assalitori con tutto quello che hanno.

Cannoni alla loro destra,
cannoni alla loro sinistra,
cannoni davanti a loro
sparavano e tuonavano;
tempestati da palle e proiettili,
cavalcarono coraggiosamente dritti
nelle mandibole della Morte,
nella bocca dell'Inferno
cavalcarono i seicento.

I cavelleggeri trottano per alcuni minuti sotto il fuoco intensissimo proveniente da ogni lato, ma non si arrestano. Quando ormai sono così vicini da poter vedere gli artiglieri russi in faccia, spronano i cavalli e si lanciano alla carica, aprendosi un varco a sciabolate. La brigata leggera come un cuneo sfonda la massa della cavalleria russa, 5.240 soldati, prima di venir respinta dall'enorme superiorità numerica del nemico e ritirarsi. Gli artiglieri superstiti tornano immediatamente in posizione e ricominciano a sparare sugli inglesi in ritirata con palle di cannone e mitraglie. Almeno da un fianco non giunge più il fuoco dei russi, aggrediti dalla cavalleria coloniale francese.

I britannici ebbero 156 morti, 122 feriti e rimasero con soli 195 uomini ancora a cavallo. I russi ebbero qualche centinaio di perdite, ma mantennero la posizione e i cannoni, risultando vincitori dello scontro. In seguito a questo episodio audace, la reputazione della cavalleria inglese ne risultò fortemente aumentata, mentre quella dei loro comandanti ne venne intaccata.
Infatti ad oggi ancora non sono chiare le dinamiche che portarono al fraintendimento, ma quel che è certo è che rivalità e odii personali che avvelenavano i rapporti fra alcuni comandanti inglesi, specialmente Raglan e Lucan, furono tra le cause di quello che successe quel giorno.

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venerdì 31 agosto 2018

I cantoni non cedono terreno: Sempach, 1386



Il borgo di Sempach era sotto assedio.
I soldati di Leopoldo III D'Austria dileggiavano i soldati riparati dietro le mura. Un cavaliere faceva ondeggiare il cappio, dicendo che presto sarebbe stato l'ornamento dei borgomastri della città. Altri, che vedevano i loro compagni falciare le scorte di grano fuori dall'insediamento, invitavano i difensori a portare loro la colazione.
D'un tratto, però, dalle mura qualcuno rispose: "Saranno quelli di Lucerna e i loro alleati a portarvi la colazione!".

Il 9 luglio all'orizzonte apparvero gli stendardi dei cantoni dell'antica confederazione svizzera: il toro di Uri, la bandiera rosso e bianca del Schywz, la banda rossa in campo bianco dell'Unterwalden, lo scudo di Lucerna. 6000 uomini, in gran parte militi armati di picca e alabarda, si precipitavano per affrontare un esercito di professionisti della guerra, tra cui più di 1500 cavalieri al servizio della casata degli Asburgo. Entrambe le armate si trovarono di fronte a due chilometri dalla cittadina, sorprese dal vedere il nemico venirgli incontro con tale foga.

Gli svizzeri presero subito possesso di un altura, per cui i cavalieri asburgo dovettero smontare per lanciarsi all'attacco. Alcuni furono costretti a staccare gli speroni dalle calzature, poiché ostacolavano i movimenti nello scontro. Mentre la mischia si sviluppava lungo tutta la cresta del colle, gli svizzeri riuscirono a formare i propri ranghi di picchieri, con cui sfondarono il fianco dei cavalieri. Per rispondere a questa manovra, gli austriaci e i mercenari al loro servizio aprirono la propria formazione in una linea più larga, riuscendo ad evitare l'accerchiamento ma trovando sfilacciati e incapaci di reggere al seguento urto svizzero. Infatti se da una parte i cavalieri invasori erano indubbiamente meglio armati e più abili dei miliziani svizzeri, l'armatura pesante sfibrava le loro forze, mentre la calura estiva riscaldave le cotte e gli elmi. Unendo alla sottostima che i nobili avevano per questi contadini male armati, presto il muro di picche svizzero iniziò a trasformare la linea di battaglia austriaca in una serie di capannelli di soldati isolati, senza alcuna coordinazione.

La storiografia svizzera di parla anche dell'eroico sacrificio di Arnold Von Winkelried, il quale si lanciò sulle picche nemiche spezzandole con il proprio peso, tale da permettere ai compagni di infilarsi nella formazione.
Vero o invezione, gli svizzeri ruppero le fila degli invasori e dopo averli messi in fuga si gettarono a predare il ricco bottino lasciato sul campo dai cavalieri austriaci. Lo stesso duca e numerosi nobili vennero uccisi dai miliziani furibondi, non usi alle normali regole di cavalleria che imperavano per tutta l'Europa.

La vittoria della confederazione non fu solo uno dei tasselli per lo sviluppo della Svizzera odierna, ma rappresentò anche l'inizio della fama degli svizzeri quali guerrieri, fama che li consentì di diventare tra i mercenari più richiesti dell'Occidente.


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giovedì 30 agosto 2018

Strage nei Campi Catalaunici (20 giugno 451)



L'Impero romano è ormai al tramonto. Il portentoso edificio costruito dagli Scipioni, da Cesare, da Augusto, da Traiano, sta crollando, un pezzo alla volta, sotto ai colpi di carestie, ribellioni, crisi e l'arrivo dei popoli migratori. Vere e proprie orde, decine di migliaia di guerrieri, ma anche donne, vecchi e bambini che sfuggono non solo da un clima sempre più inclemente, ma anche dall'inesorabile avanzata di un nemico invincibile, che offe solo la resa o la distruzione totale. Guidati dal terribile Attila, gli Unni hanno costruito con le ossa e col sangue un impero che va si estende per oltre 4.5000 chilometri dalle steppe caucasiche fino al Reno e al Danubio. Con i due imperi, d'Occidente e d'Oriente, Attila ha sempre avuto rapporti complessi, di collaborazione e di conflitto: riceve un tributo regolare dall'imperatore d'Oriente ed è stato insignito del titolo di magister militum. Il suo matrimonio con Onoria, la sorella dell'imperatore Valentiniano III potrebbe legare il destino del capo unno a quello della famiglia imperiale, ma Valentiniano stesso è contrario, così come Flavio Ezio, il comandante supremo dell'esercito dell'impero d'Occidente.

Figlio di una patrizia e un generale germanico, Ezio era il perfetto esempio di quella commistione fra barbari e romani che caratterizzò l'epoca tardo-antica. Da giovane era stato tenuto come ostaggio presso gli Unni e dunque aveva avuto modo di comprendere come ragionassero, come combattessero e come batterli. Il mancato matrimonio e altre questioni dinastiche minori spingono Attila ad invadere il nord della Gallia nella primavera del 451 con un gran numero di popoli alleati. Nessuna città incontrata sul cammino, tranne Parigi, "salvata" da Santa Genoveffa, scampa al saccheggio, fino a quando l'esercito del re unno giunge davanti alle porte di Aurelianum, l'odierna Orléans. La città, difesa dai fedeli alani di re Sangibono, era la porta per raggiungere la Gallia sud-occidentale governata dai visigoti di Teodorico I. Ma proprio quando gli unni e i loro alleati sono sul punto di prendere la città sulla Loira, appare l'esercito di Ezio, che è riuscito a convincere Teodorico a unirsi a lui per contrastare l'invasore. Non volendo rimanere chiuso in una sacca, Attila abbandona l'assedio e si ritira in buon ordine per cercare un campo adeguato alla battaglia. La sua armata si ferma infine in una pianura dello Champagne, i Campus Mauriacus, i cosiddetti Campi Catalunici, un terreno particolarmente adatto alle manovre della cavalleria.

Pochi giorni dopo l'armata di Ezio raggiunge il nemico e pone il campo, in attesa dei Franchi sali di re Meroveo, il capostipite della prima dinastia di monarchi francesi. Nella notte tra il 19 e il 20 giugno, mentre gli dei profetizzavano ad Attila tramite gli sciamani che perderà la battaglia ma ucciderà il capo nemico, giungono sul campo i Franchi di Meroveo, che nella notte chiara ingaggiano battaglia con gli odiati Gepidi. Si accendono mischie sparse in cui gli uomini si pugnalano e si fanno a pezzi al buio, senza neanche vedere il volto di vittime e carnefici. Lo scontro è di una ferocia spaventosa, tanto che solo in quella notte lo storico Giordane parla, sicuramente esagerando, di 30.000 morti. Al mattino dopo le due armate si schierano per la battaglia. Sembra più che altro un grande scontro fra etnie e tribù germaniche più che uno fra Unni e Romani. Infatti dalla parte di Ezio combattono Visigoti, Alani, Franchi sali, Sassoni, Burgundi e Armoricani, mentre Attila conta sul supporto di Rugi, Sciri, Turingi, Franchi, Eruli, Ostrogoti e altri Burgundi.
La prima mossa di entrambi i generali è di cercare di occupare una piccola altura, conquistata da Ezio prima di Attila. Il re degli unni, forse perché ricordando l'oracolo non vuole subire troppe perdite, non si affretta ad attaccare, lanciando i suoi cavalieri alla carica solo verso le tre del pomeriggio. Gli Alani scricchiolano sotto la pioggia di frecce e l'urto degli abilissimi cavalieri delle steppe, ma sono stati messi al centro da Ezio proprio perché sono in grado di contrastare le tattiche degli Unni, che vengono respinti con pesanti perdite. Intanto sul lato sinistro di Ezio i Gepidi, provati dai combattimenti notturni, non riescono a sfondare il muro di scudi romano-franco, nonostante il supporto di Rugi, Sciri e Turingi, e vengon incalzati dai disciplinati guerrieri.

Ma è sul lato destro che si scatena la strage peggiore, lo scontro fratricida fra i Goti. Le asce, le frecce e la lance si conficcano negli scudi e nei corpi dei guerrieri prima che le masse urlanti di Visigoti e Ostrogoti cozzano l'una contro l'altra come due valanghe d'acciaio e carne. Le asce spaccano scudi e crani, le lame mozzano teste e arti mentre il sangue scorre a fiumi fra i cumuli di cadaveri trucidati. Nella mischia cade il re Teodorico I, il capo la cui morte era stata annunciata dal vaticino, ma anche molti altri principi e signori trovano la morte. Vedendo le proprie linee scricchiolare e rischiare l'annientamento della propria armata, Attila fa suonare la ritirata per ritirarsi nel proprio campo, deciso a vendere cara la vita. Erige una pira funebre al centro del campo, deciso a buttarcisi dentro piuttosto che concedere a un nemico l'onore di averlo ferito.
Ma Ezio teme che senza gli Unni l'alleanza coi Visigoti avrebbe perso ragione di essere, e così congeda gli alleati Franchi e Visigoti e permette agli avversari di lasciare il campo senza ulteriori scontri.
Alla fine di quella giornata di sangue, secondo le fonti rimasero fra i 162.000 e i 300.000 morti, sicuramente un'esagerazione, ma che ci fa comprendere quale dovesse essere la portata del massacro.


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lunedì 20 agosto 2018

L'arresto dell'espansione italiana: Adua (1 marzo 1896)


L'imperatrice Taitù Batùl guida gli etiopi in battaglia.

Sul finire dell'Ottocento, il secolo dell'imperialismo e della corsa alla conquista del mondo, in Africa erano rimasti solo due stati non controllati da una nazione europea: la Liberia e l'impero etiope, conosciuto anche come Abissinia. La giovane nazione italiana, desiderosa di reclamare una fetta della torta africana per trarne risorse e prestigio, aveva acquisito negli anni precedenti la Somalia italiana e l'Eritrea. I rapporti con il "negus" (imperatore) Menelik II erano stati in teoria stabilizzati col trattato di Uccialli, col quale il sovrano etiope acconsentiva a cedere alcuni territori in cambio di assistenza finanziaria e militare da parte del governo italiano.

Ma l'articolo 17 del trattato diede adito a un'accesa disputa. Infatti, secondo l'interpretazione italiana, Menelik accettava di intrattenere rapporti diplomatici con altre nazioni solo attraverso la mediazione italiana, rendendo di fatto l'Etiopia un protettorato, mentre invece gli etiopi affermavano che nella versione in aramaico era implicato che l'Italia veniva riconosciuta quale interlocutrice privilegiata, ma non unica. Le relazioni fra le due nazioni peggiorarono sempre di più, fino a quando il negus non ripudiò il trattato di Uccialli nel 1893, quattro anni dopo la sua firma, reso più sicuro dall'imponente quantità di armi che aveva accumulato in vista di uno scontro con i vicini.

Per prima cosa gli italiani tentarono di convincere i vari potenti locali che componevano il mosaico feudale nel quale era ancora inserita la società etiope a voltare le spalle al negus, non ottenendo il risultato sperato. Infatti Menelik era riuscito a unire le diverse tribù e popolazioni, spesso in lotta fra loro, sotto una sola bandiera per respingere l'odiato invasore bianco. Non potendo contare sulla collaudata tattica del divide et impera, gli italiani scelsero di ricorrere alla forza militare, dando inizio alla prima guerra italo-etiopica.

Le truppe italiane riuscirono a sopprimere una rivolta scoppiata in Eritrea, ma non poterono impedire che le enormi forze messe in campo dal negus e armate con moderni equipaggiamenti sconfiggessero gli italiani ad Amba Alagi e Meqele. Il governatore dell'Eritrea e comandante in capo Oreste Baratieri contava di poter attirare le forze di Menelik in una trappola, ben consapevole che gli oltre 100.000 guerrieri del negus avrebbero esaurito le risorse locali da lì a breve. Ma che un'armata europea tentennasse di fronte a degli africani considerati inferiori era intollerabile per le autorità romane: Crispi stesso inviò un telegramma furioso in cui esortava Baratieri ad attaccare e disperdere le forze nemiche.

Il piano del generale italiano richiedeva tempismo, buona conoscenza del territorio e un'eccellente sincronia fra i vari reparti. Tre delle quattro brigate disponibili avrebbero dovuto marciare parallelamente, in modo da potersi coprire a vicenda con un mortale fuoco incrociato, mentre la quarta sarebbe rimasta di riserva. Una volta guadagnato il vantaggio del terreno sopraelevato, gli italiani avrebbero dovuto attaccare il nemico ancora addormentato e farne scempio. Con questi ordini nella notte fra il 29 febbraio e il 1 marzo partirono le tre colonne, che, a causa della asperità del terreno, delle mappe poco precise e della mancanza di coordinamento e informazioni, si allontanarono troppo e rimasero isolate.

Il negus, avvisato tempestivamente dalle proprie spie, riuscì a portare le proprie truppe in una posizione vantaggiosa per l'artiglieria, che alle 6 del mattino aprì il fuoco sugli ascari del generale Matteo Albertone, della brigata di centro. Per due ore i soldati africani comandati dagli ufficiali italiani si difesero strenuamente, ma quando Albertone venne catturato gli ascari ruppero i ranghi e cercarono di raggiungere la brigata del generale Arimondi. Ondate su ondate di etiopi, soldati coraggiosi e avvezzi al combattimento corpo a corpo, assalirono i soldati di Arimondi senza successo, tanto che già gli italiani speravano di poter comunque strappare la vittoria dalle fauci della sconfitta, quando Menelik inviò la sua riserva di 25.000 guerrieri, il cui attacco travolse i difensori. Il generale Dabormida tentò di portare la sua brigata in soccorso del fianco sinistro in difficoltà, ma non poté raggiungere Arimondi in tempo, iniziando invece una ritirata combattuta. A causa della scarsa conoscenza del terreno e della fretta, le truppe italiane si infilarono in una stretta valle dove vennero attaccate senza pietà dalla cavalleria degli Oromo.

Baratieri si trovò a doversi difendere dalle forze soverchianti con quello che restava dei suoi 17.000 uomini, ma entro mezzogiorno le ultime sacche di resistenza erano state disperse sui pendii del monte Belah. Fu per noi una sconfitta devastante: sul campo rimanevano 7.000 morti (metà italiani, metà ascari), 1.500 feriti e 3.000 prigionieri, contro 5.000 morti etiopi e 8.000 feriti. Il tasso di perdite di questa battaglia fu il peggiore di tutto il XIX secolo, superiore anche a quello delle battaglie napoleoniche più sanguinose. I nostri prigionieri furono trattati bene (nei limiti delle condizioni presenti), mentre invece gli ascari, considerati traditori, ebbero una mano e un piede mozzato come punizione. Invece di inseguire i resti delle forze italiane, Menelik si affrettò a concludere un trattato di pace e il trattato di Addis Abeba, molto più favorevole del precedente agli etiopi.

La sconfitta generò in patria un'ondata di malcontento e rabbia che portò alla caduta del governo Crispi, accusato di aver gettato milioni di lire e la vita di migliaia di giovani per condurre delle folli avventure estere. Vendicare l'umiliazione di essere stati gli unici europei a venire sconfitti dagli africani fu uno dei principali temi su cui fece leva la propaganda fascista quando gli italiani tornarono 40 anni dopo, con una superiorità di mezzi ed equipaggiamenti schiacciante che portò all'occupazione quinquennale dell'Abissinia.


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domenica 19 agosto 2018

Hodow, 1694: le Termopili polacche




Nel giugno del 1694 i tatari, in gran parte convertiti alla fede del Profeta Maometto, invasero il territorio del regno di Polonia. L'obiettivo, come tipico dei nomadi, era quello di saccheggiare villaggi e catturare persone come schiavi o da vendere in cambio di un ricco riscatto. Le forze polacche, da pochi anni reduci della sfolgorante vittoria di Vienna, si prepararono a respingere un avversario infinitamente più numeroso, nonché feroce. Ma invece di arroccarsi dietro le mura di una fortezza, i polacchi decisero di marciare direttamente contro il nemico, così da coprire la fuga delle masse di contadini disperati. Sette chorągwie di Ussari e Pacerni provenienti dalle fortezze di Okopy Świętej Trójcy e Szaniec Panny Marii cavalcarono alla volta dell'armata nemica. Gli ussari erano una potente cavalleria pesante, ma si contavano in appena cento, mentre i loro compagni Pacerni, in 300, erano una rapida cavalleria leggera non adatta certo a uno scontro frontale con i più rodati predoni della steppa.

Ma, com'era tradizione, un Ussaro non si ritirava se non da morto. Chiusi in una rocca nel vedere il popolo massacrato non avrebbero certo onorato le azioni di Vienna. Eppure i tartati erano in 40000, invece gli uomini del re soltanto 400.

Al primo incontro con il nemico, sulle pianure di Hodow, gli ussari fecero una cosa inimmaginabile: caricarono. Le lance dei guerrieri alati si fecero strada nell'avanguardia nemica, formata da 700 cavalieri, quindi si aprirono la strada a colpi di spada e pistola fino all'ononimo villaggio di Hodow. Mentre i pacerni fortificavano le strade con assi di legno e altre barricate, gli ussari tenevano a bada i guerrieri della steppa, che irati e sconvolti attaccavano a più riprese i polacchi senza riuscire a piegarne le difese. Tra i vicoletti la superiorità numerica contava ben poco e le ottime corazze degli ussari respingevano facimente le piogge di frecce che i tatari rovesciavano contro di loro. L'abilità con la szabla (la sciabola polacca) faceva il resto, tale da impantanare un'armata 100 volte più numerosa in un misero villaggio.

Non appena le difese furono terminate, i polacchi incanalarono l'attacco nemico tra le catapecchie zeppe di frecce. Facendo fuoco con le pistole e gli archibugi, gli ussari si trovarono presto senza proiettili, tanto da essere costretti a infilare nella canna le migliaia di frecce tatare e utilizzarle quali proiettili improvvisati. Se i musulmani riuscivano a superare indenni le precise raffiche polacche e le palizzate, si trovavano davanti dei colossi coperti da corazze a lamine apparentemente invulnerabili dalle leggere scimitarre portate dai nomadi. A centinaia caddero, si stimano circa 2000 morti, più innumerevoli feriti e moribondi.

Dopo sei ore di attacco senza sosta, il comandante dei tatari offrì la resa ai coraggiosi polacchi, di cui ne erano caduti meno di cento. Ovviamente la risposta degli Ussari fu semplice: l'inviato tornò dal comandante con una freccia tatari infilata nell'occhio (altre fonti dicono che non fu tale il comportamento dei polacchi, ma la risposta fu la medesima: nessuna resa).

A quel punto i tatari, certi dell'arrivo di un'armata di soccorso e terrorizzati da tale potenza (100 ussari riuscivano in tale impresa? Chissà cosa potevano i diecimila della corte del Re Giovanni III Sobieski!), si ritirarono dal villaggio, superando il confine e rinunciando infine all'intera invasione.

La vittoria, per la sua portata epica, riecheggiò per l'intera Europa. Il re stesso ricompensò ognuno degli eroi di Hodow con un cavallo delle stalle reali, trattamenti medici gratuiti e un ricco pagamento per ogni tataro catturato. Ma la vera ricompensa per questo pugno di valorosi fu l'immortalità: il merito di aver salvato la propria patria si unì alla memoria di un popolo. Infatti anche oggi svetta una statua sul luogo della battaglia, a memoria eterna di quegli uomini che combatterono in pochi contro un'intera orda.

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sabato 18 agosto 2018

1453: la caduta di Costantinopoli



Dopo la fine dell'impero romano d'Occidente, le mura fatte costruire dall'imperatore Teodosio nel V secolo erano riuscite a tenere al sicuro per mille anni la città di Costantinopoli, la solitaria sentinella posta alla soglia del mondo cristiano. Solo una volta la città era caduta nelle mani degli assalitori: per ironia della sorte proprio in quelle dei cristiani della quarta crociata.
Armate bulgare, rus, serbe e arabe si erano infrante contro le poderose fortificazioni, testimoni gloriose di un passato grandioso.

Ma la Morte Nera, un terremoto, le guerre civili e l'inarrestabile ascesa ottomana avevano trasformato la città degli imperatori porfirogeniti nell'ombra di sé stessa. I 50.000 abitanti speravano nell'intervento divino, in quello dell'Occidente e nelle vecchie ma poderose mura quando il giovane Maometto II mosse il suo enorme esercito (80.000-90.000 uomini) all'assalto della città, coadiuvato da una grande flotta di 126 navi e soprattutto con l'appoggio di 70 bocche da fuoco di vario calibro. Fra queste spiccava la terrificante creatura dell'ingegnere ungherese Orban, un mostro di bronzo lungo 9 metri in grado di sparare palle da mezza tonnellata l'una.
Nel disperato tentativo di salvare la città e gli ultimi brandelli del suo regno, l'imperatore Costantino XI Paleologo aveva provato a trattare col sultano, ma senza successo. Si era dunque rivolto agli occidentali, arrivando addirittura a riconoscere l'unione della Chiesa ortodossa con quella Cattolica per convincere i regnati d'Europa a giungere in suo soccorso.
Ma fra tutti solo il regno di Napoli, il papa, Genova e Venezia avevano risposto, preoccupati per la perdita dei loro grossi interessi nel commercio levantino. L'aiuto maggiore venne dai 700 genovesi comandati da Giovanni Giustiniani Longo, mentre Venezia tergiversò e la flotta che mandata in soccorso giunse a battaglia conclusa. Soldati, marinai, volontari armati, disertori ottomani e persino dei monaci facevano parte dei 7.000 difensori della città, troppo pochi per guarnire completamente le mura, lunghe ben 22 chilometri.

Dato che le 26 navi a disposizione non avrebbero potuto contrastare la flotta ottomana, Costantino XI fece tendere una catena attraverso il Corno d'Oro, per impedire l'accesso alle navi turche. Il 6 aprile 1453 cominciava l'assedio. I primi assalti turchi si conclusero in un nulla di fatto, a costo di gravi perdite per i coraggiosi soldati ottomani. L'artiglieria del sultano riuscì ad aprire diverse brecce nelle antiche mura, subito richiuse dai difensori con barricate improvvisate durante la notte. Gli ottomani tentarono allora di scavare delle mine sotto le mura, ma un ingegnere tedesco al seguito dei genovesi riuscì a distruggere tutti i tunnel, vanificando gli sforzi dei genieri serbi. Tre navi cariche di rinforzi e cibo erano riuscite a superare il blocco, facendo infuriare Maometto. 

Il sultano dunque ordinò che i suoi migliori fabbri e ingegneri si mettessero all'opera per trasportare le navi via terra fin dentro al Corno d'Oro. L'operazione, colossale dal punto di vista logistico, fu un successo e gli scorati difensori si trovarono ancora più stretti da entrambi i lati. Il cibo cominciava a scarseggiare, e i rinforzi promessi da Venezia non si vedevano. Ormai era chiaro che la città era condannata, ma l'imperatore si rifiutò di abbandonarla, come invece suggeriva la sua corte. Il 28 maggio, il giorno prima dell'attacco finale, si svolse una processione spontanea che culminò in una grandiosa funzione nella basilica di Santa Sofia. Latini e Bizantini erano di nuovo uniti nella stessa fede, per la prima e l'ultima volta. 

Nello stesso momento i soldati di Maometto pregavano e si preparavano all'attacco. All'una e mezza di notte del 29 maggio tutte le campane della città iniziarono a suonare: l'attacco finale era iniziato. Per oltre due ore i difensori respinsero decine di migliaia di male armati bashi-bazuk, sostituiti poi da orde di soldati anatolici, meglio armati e addestrati. Dopo lunghe ore di combattimenti senza sosta i difensori non potevano sperare di resistere all'assalto dell'élite del sultano, i temibili giannizzeri. La vista del comandante Giustiniani Longo che, ferito, veniva portato via dai suoi uomini e la bandiera con la mezzaluna che veniva issata sopra la kerkoporta mandarono nel panico gli ultimi difensori, che lasciarono i loro posti. Riconoscendo che la fine della sua vita e del suo impero erano giunti, Costantino XI si liberò delle insegne imperiali e si gettò nella mischia per morire alla testa degli ultimi irriducibili difensori.

Per punire il rifiuto dell'offerta di resa, Maometto permise tre giorni di saccheggi ai suoi uomini. Costantinopoli, la seconda Roma, morì tra le fiamme insieme a gran parte dei suoi tesori, della sua cultura, della sua bellezza. Dalle ceneri sorse Istanbul, la capitale dell'impero che per i secoli successivi avrebbe fatto tremare l'Occidente cristiano.



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venerdì 17 agosto 2018

"Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi!": la crociata contro i Catari


Sul finire dell'XI secolo, in varie zone d'Europa ma in particolare nella Linguadoca (Francia meridionale) era andato diffondendosi un movimento religioso che proponeva una rilettura delle Sacre Scritture e uno stile di vita ascetico. I catari, (in greco "puri"), conosciuti anche come albigesi dalla città di Albi o boni homini, affermavano che l'universo fosse diviso fra due elementi opposti, il Bene (Dio) e il Male (Satana). 

A quest'ultima categoria apparteneva tutto ciò che era materiale, tanto che i catari abbracciavano uno stile di vita ascetico. Questo movimento ebbe un grande successo nella Francia meridionale, nonostante la condanna voluta da papa Alessandro III al Concilio di Tours nel 1163. A livello politico il catarismo era temuto in quanto metteva in discussione l'autorità del re di Francia e della Chiesa, infatti nel 1167 si era tenuto un "controconcilio" cataro. All'inizio la Chiesa tentò la carta della predicazione, ma persino dei pesi massimi come Bernardo di Chiaravalle e Domenico di Guzmàn non riuscirono a riportare i catari sulla retta via.

La situazione esplose quando il 15 gennaio 1208 il legato papale Pierre de Castelnau venne assassinato, per mano del conte di Tolosa Raimondo VI secondo il papa Innocenzo III. A questo punto il pontefice fece una cosa senza precedenti: bandì una crociata contro altri cristiani, alla cui aderirono moltissimi nobili della Francia settentrionale ma anche avventurieri di ogni risma. Le operazioni vennero affidate al cavaliere Simon de Montfort e all'abata Arnaud Amaury. La leggenda vuole che fu proprio questo ecclesiastico a pronunciare la famosa frase "Uccideteli tutti. Dio riconoscerà i suoi" quando i suoi soldati chiesero cosa fare con gli abitanti di Bezièrs, la prima roccaforte catara caduta in mano all'armata crociata il 22 luglio 1209. 

Ventimila "eretici" vennero seviziati e massacrati, le donne stuprate, gli uomini macellati senza pietà. Quella che si rivelò una campagna di conquista continuò inarrestabile negli anni seguenti: caddero Carcassone, Albi, Monfort e Lavaur. Sebbene non ci fossero più massacri paragonabili a quello di Béziers, ovunque roghi, torture e violenze verso la popolazione erano all'ordine del giorno. L'intervento di Pietro II, re di Aragona, non valse a cambiare le sorti della guerra: il sovrano iberico moriva appena un anno dopo, nel 1213, lasciando il conte Raimondo di nuovo da solo. Nel corso dell'assedio della capitale Tolosa (nell'immagine) Simon de Montfort venne ucciso da una pietra, il ché permise al nuovo sovrano Luigi VIII di impossessarsi delle terre conquistate dai crociati. I catari riuscirono a riorganizzarsi e riconquistare alcuni centri, ma dopo l'ennesima campagna di distruzioni e massacri il nuovo conte Raimondo VII dovette siglare lo svantaggioso trattato di Meaux, col quale rinunciava a sostenere i boni homini e cedeva gran parte delle sue terre alla Corona francese. 

Con la Linguadoca saldamente in mano francese, schiere di inquisitori poterono imperversare nella Francia meridionale, mentre negli anni successivi cadevano anche gli ultimi rifugi dei catari e la contea di Tolosa veniva infine annessa alla Francia nel 1271. La parabola dei catari terminò nel 1321 con il rogo di Guilhèm Belibaste, l'ultimo càtaro ad essere arso vivo per la sua fede. Dopo un secolo di lotte ove la spada più che la croce era stata la protagonista, gli albigesi erano un ricordo e il Sud della Francia era nelle mani di Parigi.

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giovedì 16 agosto 2018

Leuttra: la fine dell'invincibilità spartana (6 luglio 371 a.C.)



Dopo la guerra del Peloponneso che aveva visto la sconfitta di Atene e delle sue ambizioni di egemonia su tutta la Grecia, Sparta si era imposta come la dominatrice dell'Ellade, forte della sua supposta invincibilità sui campi di battaglia. La tattica della falange oplitica aveva per secoli continuato a dimostrare la sua validità, anche se episodi come la battaglia di Sfacteria avevano dimostrato come le truppe leggere potessero dare un contributo altrettanto decisivo.
Avendo sconfitto i rivali ateniesi, gli spartani utilizzarono il loro strapotere per imporre in varie città della Grecia governi oligarchici, Tebe compresa. Nel 379 Pelopida e altri leader del movimento democratico tornarono dall'esilio ad Atene, riuscendo a far sollevare la popolazione contro gli oligarchici e i loro alleati spartani.
Da questo episodio scoppiò la cosiddetta guerra Beotica, che si concluse con lo scontro di Leuttra. All'alba del 6 luglio del 371 i prognostici non erano favorevoli ai discendenti di Cadmo: 9.000 fra tebani e alleati avrebbero dovuto affrontare un'armata non solo superiore di numero (circa 14.000), ma anche contenente i leggendari e invincibili opliti spartani.

Probabilmente ispirato dai fatti della battaglia di Delo, nella quale i tebani avevano schierato una falange profonda il doppio del consueto (8-12 file di uomini era la profondità classica), Epaminonda scelse di schierare i suoi uomini in maniera poco ortodossa: invece di schierare i suoi uomini migliori sul fianco destro, il più vulnerabile, fece avanzare il Battaglione Sacro e i suoi migliori opliti sul fianco sinistro, direttamente davanti all'elitè spartana guidata da re Cleombroto. Il contingente tebano, profondo ben 50 linee, avanzò più velocemente del resto della linea tebana, andando a disegnare un fronte obliquo. La superiorità di forze applicate in un punto nevralgico fu decisiva e infatti il re spartano e moltissimi dei suoi uomini migliori caddero prima che il resto della formazione spartana riuscisse a manovrare per venire in loro soccorso.
Con la caduta del generale peloponnesiaco e i leggendari spartiati morti o in fuga, gli alleati degli spartani si diedero alla fuga, lasciando sul campo il mito dell'invincibilità degli spartani.

La disfatta ebbe importanti conseguenze politiche, la prima fra tutte il declino dell'egemonia spartana e l'ascesa della breve egemonia tebana. La tattica dello schieramento obliquo, noto anche come formazione echelon, rimarrà decisiva e importantissima nei secoli a venire fino ai giorni nostri, un tributo al genio tattico di Epaminonda.


Art by Giuseppe Rava



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domenica 15 aprile 2018

La cavalleria: i miti da sfatare


Diciamolo, è indubbio: la cavalleria possiede una portata epica capace di scaldare il cuore di qualsiasi amante della storia o del fantasy. Merito anche della cinematografia (la carica dei rohirrim prima su tutte), le forze militari in arcione occupano un posto speciale nella romanzistica fantasy, che però, allo stesso modo in cui peccano tanti registi, raramente conosce il reale iter di uno scontro a cavallo. 
Esistono certo numerose variabili da considerare, dopotutto parliamo di un ambito artistico e non di storiografia o rievocazioni, ma perché non sfatare qualche mito, anche solo per curiosità personale?
Ecco a voi allora i tre grandi errori sulla cavalleria!

Iniziamo con una bella contestualizzazione: la cavalleria non è sinonimo di medioevo. Ovviamente si parla di cavalleria nel senso di unità militare in arcione ad animale di razza equina (sebbene esistano pure unità cammellate o addirittura su zebre) non dell'etica cavalleresca dei nobili europei. Infatti sia in epoca antica che in epoca moderna la cavalleria ha giocato un ruolo fondamentale nel panorama bellico di quasi l'intero globo terracqueo, nonostante l'introduzione in alcuni scenari delle armi da fuoco. Nell'immaginario collettivo si pensa sempre al cavaliere medievale rinchiuso in un'armatura di piastre in sella al cavallo bardato, ma oltre che essere una figura più rinascimentale, è stata soltanto una delle tante forze a cavallo, neppure una delle più importanti! Basti pensare ai catafratti parti, alle orde mongole, agli ussari settecento ottocenteschi o ai raitars svedesi. Che fossero armati di archi, di lance, di fruste, pistole o moschetti, i cavalieri hanno sempre costituito una forza importante in ogni esercito degno di tale nome. I motivi sono semplici: mobilità, rapidità, forza d'impatto. La cavalleria leggera erano gli occhi e le orecchie di un'armata in marcia (considerate che mezzi di comunicazione  rudimentali possedevano i generali pre seconda guerra mondiale), quella armata di equipaggiamento a distanza poteva conquistare posizioni invidiabili in poco tempo (pensate ai dragoni, unità di fanteria armata di carabina, almeno in età napoleonica, che smontava per sparare contro un bersaglio) e infine la potenza con cui una cavalleria pesante travolgeva qualsiasi unità a piedi senza alcuna coesione, tale da disperderla in pochi minuti e costringerla a una rotta. Non solo! La cavalleria era spesso l'unico mezzo per vincere davvero una battaglia: poiché i morti nello scontro erano pochi rispetto a quanto si possa immaginare (sia con armi da fuoco che non) l'inseguimento del nemico in rotta rappresentava il momento adatto per infliggere un colpo mortale al morale e alle truppe avversarie. Chi allora poteva se non la cavalleria occuparsi di questo compito glorioso? Vorrei ad esempio far notare quante perdite abbiano causato i temuti cosacchi alle truppe napoleoniche in ritirata durante la spedizione in Russia.


In cosa sbaglia così spesso la nostra cinematrografia, dunque?
Per prima cosa, la carica. Sembrerà strano, ma gettarsi al galoppo contro una formazione nemica è il miglior modo per farsi massacrare. La cavalleria doveva mantenere coesione per sfruttare appieno la forza d'impatto, non doveva fare stancare troppo i destrieri (che non erano delle motociclette), infine un eccessivo urto avrebbe potuto danneggiare più i cavalieri che il nemico, visto che per sopraffare un fante non serviva tanto la velocità, quanto la massa del cavallo e il vantaggio dell'altezza. Bisogna poi considerare che i cavalli valevano tanto (anzi valgono), in particolare quelli da guerra: sforzarli in modo esagerato poteva avere conseguenze devastanti non solo per la salute del cavaliere, ma anche per le sue finanze, visto che nella stragrande maggioranza dei casi era lui stesso a dover procurarsi il cavallo. Inoltre il campo di battaglia raramente era un terreno regolare, pulito e ben disteso, quindi la carica doveva tenere conto di eventuali ostacoli capaci di azzoppare, o peggio, il prode equino.

Seconda cosa, l'impatto. Parlare di impatto non è semplice, è facile generalizzare troppo: basti pensare alla differenza tra la staffa e la mancanza della stessa, tra la resta, la carica ginocchio contro ginocchio oppure tutte le numerose formazioni di cavalleria descritte nei manuali ottecenteschi. Per non precipitare nei tecnicismi della tecnica militare, mi limiterò a illustrare un concetto ridotto certo all'osso: dimenticatevi il 90% delle scene girate con effetti speciali al computer. Scordatevi i rohirrim che abbattono orchi su orchi con la mera forza del cavallo, cancellate dalla mente la battaglia dei due bastardi in Got dove i cavalli si cappottano uno contro l'altro. I cavalli sono bestie intelligenti, nonché molto timorose: mai si getterebbero contro un altro loro simile in un atteggiamento così suicida, senza contare il cavaliere stesso. In realtà l'impatto poteva aversi in due modi: contro la fanteria il cavaliere diventava una sorta di rullo compressore, lento e inesorabile, capace di spingere indietro i fanti e calare l'arma sulle spalle degli avversari. Un cavallo poteva calpestare un uomo, ma certo non poteva gettarne a terra a ripetizione come fossero birilli. Il povero equino potrà anche essere forte, però un tale impatto lo sentirebbe anche lui! Il secondo metodo era cavalli contro cavalli: in questo caso gli animali tentano di scartare sul fianco del destriero avversario, non colpirlo in pieno. In pratica uno scontro tra cavalieri diventava una questione di nervi, formazione e abilità mista all'equipaggiamento del cavaliere, che duellava contro l'altro. Per questo la cavalleria pesante era notoriamente avvantaggiata in tali scontri, visto che il passeggero era molto più difficile da ferire rispetto al corrispettivo leggero. Un'altra discriminante poteva essere la qualità del cavallo o la semplice mole.


Infine, ultimo mito più da specificare che da sfatare, è il ruolo della cavalleria in battaglia: per questo ultimo punto entro nello specifico, alias l'epoca medievale, che è quella va più di moda negli scrittori di fantasy e nel panorama artistico attuale. Il cavallo era merce rara, non solo perché appannaggio dei nobili, ma proprio perché di cavalli ve ne erano pochi e costosi. Aggiungiamo pure che chi li montava era il figlio di un nobile, ecco che il numero di operazioni belliche della cavalleria si restringe. 
In epoca medievale, almeno nel panorama europeo, le battaglie campali erano pochissime, superate da saccheggi, assedi, schermaglie. Nelle battaglie campali, poi, la tipica cavalleria feudale poteva trovarsi limitata nell'operare a causa del meteo, del territorio irregolare, del semplice istinto di auto conservazione. Un muro di picche innalzato da contadini poteva diventare un ostacolo insormontabile, nessun cavaliere ci avrebbe mai caricato contro (salvo alcuni casi di stupidità estrema o semplici errori di valutazione) al contrario di come si può vedere in tanti film pseudo storici. Ancora una volta il cavallo diventava un mezzo per muoversi sul campo di battaglia, per esplorare le zone, per darsi al saccheggio, per proteggere la retroguardia o anticipare l'avanguardia, tutti ruoli che la cavalleria leggera assolveva con maggiore prontezza dei cugini pesanti. Ciò significa che i tanto amati scatoloni di ferro a cavallo fossero inutili? Assolutamente no: le armi da tiro (anche le armi da fuoco, notorialmente imprecise fino a metà dell'ottocento) non potevano quasi mai scalfire le corazze, i nemici sprovvisti di armi in asta e di una formazione erano prede facili nella mischia (considerando che per tutto l'alto medioevo le formazioni semiprofessionali capaci di mantenere la disciplina per reggere uno scontro avverso a unità in arcione erano rarissime) e infine il mero effetto psicologico di questi corazzati ante litteram poteva gettare nel panico le milizie feudali deputate a respingerli.

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domenica 8 aprile 2018

Perché i samurai non usavano lo scudo?


A chi ha avuto a che fare con le cose militari del Giappone, anche solo per aver visto un film, letto un libro o giocato a un videogioco ambientato durante l'era Sengoku, il periodo che dal 1467 al 1603 vide la guerra civile fra i vari daimyo, molto spesso capita di trovarsi a porsi questa domanda. Per noi europei lo scudo ha avuto un ruolo centrale per gran parte della nostra storia militare, dall'antichità fino all'età moderna. Basta pensare a legionari e opliti, protetti dai grandi scudi, o a vichinghi e rodoleri per constatare quanto questo mezzo di difesa (ma anche offesa) occupi un posto importantissimo nel nostro immaginario. Non si tratta nemmeno di una peculiarità dell'estremo Oriente: infatti lo scudo era diffuso dalla Cina all'Indonesia, e perfino in Giappone fino a un certo periodo. Dunque per quale motivo i guerrieri del sol levante hanno smesso di utilizzarlo?

Prima di cominciare è meglio fare una precisazione però: i samurai non abbandonarono del tutto l'uso di coperture in battaglia. Infatti continuarono ad usare i tate, grandi scudi di legno o bambù, molto simili ai nostri pavesi, per coprire gli arcieri e gli archibugieri. Inoltre, piccoli scudi portati a mano e chiamati tedate continuarono ad essere usati sporadicamente in incursioni, attacchi notturni e schermaglie.
Samurai che si proteggono dietro dei tate

Quando si parla di fenomeni simili cercare un solo elemento determinante è spesso fuorviante: quasi sempre vi sono tutta una serie di motivi, grandi e piccoli, che concorrono a determinare un particolare fenomeno o evento.
Alcuni affermano che lo scudo sia caduto in disuso perché era troppo ingombrante da usare e perché disonorevole, in quanto era un oggetto e non l'abilità del guerriero a proteggere. Mi trovo in disaccordo con entrambe le posizioni, innanzitutto perché con "scudo" intendiamo tutta una serie di oggetti che vanno dal grande ed effettivamente pesante scutum romano ai leggeri e piccoli buckler. Inoltre questi strumenti erano tutt'altro che poco maneggevoli e ingombranti, tanto che potevano essere anche usati per offendere, oltre che per difendere. L'umbone, la parte centrale dello scudo fatta in ferro, oltre a costituire il pezzo più robusto dello scudo, poteva anche essere usato per colpire gli avversari.
Per quanto riguarda il codice d'onore dei samurai, il famoso bushido, ritengo che i giapponesi non sarebbero stati così miopi da abbandonare un'arma utile solo per una questione d'onore: infatti le armi da fuoco e altri mille stratagemmi, anche se in teoria disonorevoli, erano usati con grande frequenza in tutto l'arcipelago.

I motivi per cui caddero in disuso sono a mio avviso molteplici. Con l'introduzione del cavallo in Giappone e l'emergere della figura del samurai come guerriero a cavallo armato principalmente di arco, la fanteria gradualmente venne relegata a un ruolo secondario e si preferì armarla con lunghi yari (lance), archi e poi archibugi. L'uso di armi a due mani dunque precludeva l'utilizzo di scudi, in modo simile ai macedoni, che passarono dal grande oplon greco a uno scudo molto più piccolo per potere reggere la lunga sarissa con entrambe le mani. Bisogna inoltre considerare l'utilizzo primario dello scudo, ovvero quello di difesa contro le armi a distanza. In Giappone non troviamo armi di potenza paragonabile all'arco lungo inglese o alle balestre europee o cinesi, rendendo così il fante ben protetto dalla sua sola armatura. Ricordiamoci che l'arco in Europa cadde in declino a causa della diffusione e del miglioramento delle corazze dopotutto.
I samurai imparavano a padroneggiare diverse armi, come lo yari, lo yumi (arco) e la katana, tutte utilizzate a due mani. La corazza nipponica era abbastanza comoda da permettere l'uso dell'arco, e abbastanza robusta da proteggere da frecce, lame e persino da colpi di arma da fuoco, almeno fino a una certa distanza. L'armatura del samurai (a livello generale, ve ne erano di diversi tipi) aveva implementato la funzione di scudo, affidata agli spallacci dalla tipica forma quadrata e molto grandi. Questi infatti non erano fissati all'armatura, bensì legati, per diminuire l'ingombro e permettere di toglierli velocemente.
Un samurai a cavallo. Si notino gli spallacci quadrati e di grandi dimensioni
Dunque gli scudi non erano necessari per fermare le frecce prima, e non erano di grande aiuto contro le pallottole poi. Oltre a questi motivi di natura pratica, bisogna anche considerare lo status mentis di daimyo e samurai, un'operazione non facile per noi moderni coadiuvati dal senno di poi. Innanzitutto la mentalità militare dell'epoca, impregnata degli insegnamenti di Sun Tsu, prediligeva l'attacco alla difesa. Agli assedi si preferivano battaglie campali, e a formazioni protette da muri di scudi si preferivano equipaggiate per l'offesa. Lo stesso spirito lo ritroviamo nella Seconda Guerra Mondiale, quando gli ufficiali, discendenti dei samurai, armati di katana guidavano le cariche banzai della fanteria imperiale, convinti (come molti anche in altri paesi) che lo slancio morale, l'élan del singolo potesse avere la meglio sulla macchina.


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