Ficca il naso

lunedì 10 settembre 2018

La furia della vecchia confederazione: Morat, 1476




20.000 mercenari circondavano Morat, roccaforte fedele ai cantoni sita sul lago omonimo. Il Duca Carlo I, furibondo per l'ignominosa sconfitta di Grandson (1476), desiderava una rivincita. Ai suoi ordini c'erano arcieri inglesi, picchieri fiamminghi, armigeri italiani (5000) e la sua abilissima cavalleria pesante, l'unica che era riuscita a mettere in difficoltà gli svizzeri nelle precedenti battaglie. Non c'era invece la sua costosa artiglieria, caduta nelle mani degli svizzeri, sebbene fosse riuscito ad acquistarne altri pezzi per rinforzare le palizzate del suo campo.
Non mancavano neppure i Savoiardi del conte Romont, in gran parte cavalleggeri, che si posizionarono a nord per intercettare i rinforzi degli svizzeri.

Il Temerario schierò le truppe per accogliere i nemici, che riteneva sarebbero giunti dalla direttiva del ruscello di Burggraben. Al centro fece costruire un'imponente opera di trinceramenti e palizzate, dove si posizionò la maggior parte della fanteria non impegnata nell'assedio. Alla destra si schierarono i gendarmi, che con le loro spade, azze e alabarde avrebbero dovuto aprirsi un varco nel porcospino svizzero. L'artiglieria era a sinistra, situata su un avvallamento scosceso che permetteva di bombardare senza ostacoli le truppe confederate. Sembrava un piano perfetto, ma il destino non arrise ai borgognoni.

Mentre in città si combatteva lungo le brecce, le forze del Temerario ricevettero più volte notizia dell'imminente arrivo dei confederati, dunque non mollarono mai i loro posti dietro le palizzate, sempre sul chi vive. All'alba del 22 giugno sembrava che la battaglia stesse per iniziare, le voci dell'arrivo dei ribelli si rincorrevano per il campo. Ma i militi del Duca rimasero per ore sotto la pioggia senza vedere alcun avversario, tanto che Carlo fece smontare i cavalieri e distribuì il pasto di mezzogiorno. Era pure giorno di paga per i mercenari. Rimasero alla palizzata solo 3000 uomini, stretti nei mantelli e sferzati dalla pioggia
Fu in quel momento che gli svizzeri calarono sul nemico.

L'avanguardia, 6000 fanti e 1200 cavalieri, emerse dalla foresta di Birchenwald, nel punto esatto predetta dal duca. Insieme a loro marciava il blocco principale dell'esercito confederato: 10.000 picchieri disposti a cuneo, protetti ai fianchi da alabardieri da un ulteriore anello di picchieri in armatura pesante. Una retroguardia di 6000 miliziani chiudeva la colonna svizzera, che non mancava di archibugieri e schioppettieri. Gli svizzeri caricarono a testa bassa la palizzata, i cui difensori combatterono come diavoli per dare tempo ai compagni di organizzarsi.
L'artiglieria riuscì a sparare poche salve, ma inflisse un grave scotto ai confederati, stretti in quella falange. Non appena un gruppo di picchieri trovò un sentiero sinistro senza protezione, la palizzata venne travolta del tutto. I difensori vennero trucidati e l'armata svizzera calò sul campo, avvinto dalla confusione. Carlo galoppò in mezzo ai suoi uomini nel tentativo di riunirli, ma gli attacchi dei mercenari si infrangevano contro l'inesorabile muro di picche. Sebbene i cavalieri pesanti riuscirono a mettere in rotta i soldati di Lorena, la battaglia era ormai perduta.

Carlo Il Temerario dovette dare con cuore grave l'ordine di ritirata, che si trasformò in una rotta. Gli svizzeri erano furibondi per l'affronto di Grandson, dove 400 connazionali erano stati impiccati senza pietà, dunque sfogarono la propria rabbia contro i mercenari in fuga.
Morirono quasi 10.000 uomini, non vennero risparmiati neppure i seguiti di donne e civili che erano soliti seguire gli eserciti dell'epoca. Mentre i Savoiardi riuscirono a fuggire insieme ai cavalieri grazie ai loro destrieri e alla posizione defilata, per gli italiani fu un eccidio.
Essi avevano combattuto sulle sponde del lago sia contro i confederati che contro i difensori della città riunitisi in una sortita. Tennero duro per l'intera giornata, infliggendo grandi perdite ai nemici, ma alla fine dovettero cedere. Non ci fu pietà per quei mercenari, stretti tra lago e picche nemiche, che vennero praticamente sterminati.
Fu un evento terribile per il mercenariato italiano, tale da rimanere nelle coscienze dei peninsulari fino alla battaglia di Marignano (1513), dove le armate "nere" italiane riservarono lo stesso trattamento ai mercenari confederati.

Il duca Carlo era invece riuscito a sopravvivere ancora una volta alla disfatta, ma la sua reputazione era in pezzi. Il suo istinto guerriero non si era ancora placato e, in un ultimo tentativo di riconquistare il suo onore, sarebbe morto in battaglia.


Regogolo Boemetto

Piaciuto l'articolo?



Seguiteci su facebook per informazioni su nuovi articoli, racconti, romanzi e altro ancora.

sabato 8 settembre 2018

Avanti, Tridentina! La battaglia di Nikolajewka, 26 gennaio 1943


Con l'offensiva Ostrogožsk-Rossoš', la terza grande spinta per intrappolare le forze dell'Asse e distruggerle, i russi danno inizio a quella che noi conosciamo come Seconda battaglia difensiva del Don, mentre le Divisioni di Fanteria italiane, battute, iniziano quella marcia di ripiegamento da incubo in cui i morti e i congelati si conteranno a migliaia.
Il Corpo d'armata alpino, ultimo corpo ancora efficiente dell'8ª Armata italiana in Russia, riceve l'ordine di resistere sulle proprie posizioni per non essere accerchiato. Ma dopo aver sfondato le linee tedesche a sud e quelle ungheresi a nord, i russi possono intrappolare gli italiani, il cui fronte centrale non è caduto. Per non essere annientate, le nostre formazioni, cui si aggregano migliaia di rumeni, ungheresi e tedeschi, iniziano la durissima marcia per rientrare entro le linee amiche. Oltre al gelo, alla mancanza di mezzi, vestiti, cibo, medicine e armi, i soldati italiani devono subire i frequenti e improvvisi attacchi russi, oltre a dover pagare altissimi tributi di sangue per forzare i blocchi sovietici.

Dopo 15 drammatici giorni e 200 km punteggiati da perdite e sacrifici, la mattina del 26 gennaio le colonne in ritirata giungono davanti a Nikolajewka, un piccolo villaggio eretto su una modesta collinetta. Circa tre battaglioni russi supportati dai partigiani si sono arroccati fra le isbe, sfruttando il terrapieno della ferrovia, trincee e muri per trasformare il villaggio in una piccola fortezza. Per aprire la strada ai 40.000 uomini semi-congelati e quasi disarmati, bisogna affidarsi agli unici ancora in grado di affrontare uno scontro tanto duro: gli alpini della divisone Tridentina. Potendo contare sul supporto di fuoco del gruppo artiglieria Bergamo e di tre semoventi tedeschi, gli alpini a colpi di fucili e bombe a mano riescono a snidare i tenaci difensori dalla prima linea di difesa. Viene raggiunta la scarpata della ferrovia e i mitraglieri possono appostarsi nelle isbe appena sottratte al nemico. La reazione russa è violentissima: per tutta la mattina si procede ad assalti e contrassalti, con feroci scontri ravvicinati con bombe, fucili e pugnali casa per casa.

Inchiodati dal fuoco intensissimo dei sovietici, supportati dagli aerei che mitragliano a bassa quota, dalle mitragliatrici appostate che fanno strage e da un maggior numero di armi pesanti, nonostante i rinforzi che giungono verso mezzogiorno, gli alpini disperano di poter conquistare Nikolajewka, tanto che gli ufficiali si lanciano alla testa dei reparti per catturare il villaggio prima che il calar del sole sancisca una notte all'addiaccio e alla mercé del nemico. Il Capo di Stato Maggiore del Corpo d'Armata Alpino Giulio Martinat, vedendo gli alpini del suo battaglione Edolo andare all'assalto, dichiara «Ho cominciato con l'"Edolo", voglio finire con l'"Edolo"» per poi cedere al suo istinto di soldato, imbracciare un fucile e lanciarsi all'attacco coi suoi, incitandoli con le parole «Avanti alpini, avanti di là c'è l'Italia, avanti!» prima di venire mortalmente colpito.

Quando ormai la speranza sta per cedere il passo alla disperazione, il generale Luigi Reverberi balza su l'ultimo carro armato utile e con la pistola in pugno lancia il mezzo contro le linee nemiche al grido di «Avanti, Tridentina!». Il gesto e il grido elettrizzano sia i combattenti che la massa di sbandati, che incuranti del pericolo si lanciano come una valanga umana contro gli atterriti russi, che fuggono lasciando le armi e i morti dietro di sé. Con la via finalmente aperta, la strada per Shebekino, il luogo dove finirà la tremenda marcia, è aperta. Ma a che costo?
Sulla neve di Nikolajewka rimangono 3.000 penne nere e 39 ufficiali, un altissimo tributo pagato per permettere alle colonne di commilitoni di trovare la salvezza e un possibile ritorno a casa.

Citando il canto Sul ponte di Perati:

Gli Alpini fan la storia,
la storia vera:
l'han scritta con il sangue
e la penna nera.

Artwork di Giuseppe Rava

Regogolo Boemetto

Piaciuto l'articolo?



Seguiteci su facebook per informazioni su nuovi articoli, racconti, romanzi e altro ancora.

giovedì 6 settembre 2018

Una confederazione di guerrieri: Grandson, 1476



412 uomini pendevano lividi dagli alberi.
La guarnigione di Grandson si era arresa al Duca di Borgogna Carlo il Temerario, ma il francese non aveva rispettato il patto. Così per quattro ore i soldati e il loro seguito dovettero osservare i propri compagni venire impiccati, in attesa del proprio turno.

Carlo, con la sua cavalleria pesante e i suoi cannoni, era convinto che avrebbe avuto presto ragione di quei selvaggi ribelli della Confederazione Svizzera.
Le truppe di Zurigo, Berna, Lucerna, Uri, Svitto, Unterwalden, Glarona e Zugo, rinforzate da altre forze giunte dai paesi attigui, in realtà non temevano né cavalli né bombarde, ma anzi marciavano a spron battuto nella speranza di salvare i propri compagni di Grandson. Divisi in tre gruppi di armata, le forze cantonali andarono incontro all'esercito di Carlo senza incontrare né esploratori né avanguardie, poiché il Duca, nonostante fosse un ottimo generale, aveva dato per scontato che gli svizzeri non si facessero vedere.
Convinto che fosse solo l'avanguardia dell'esercito confederato, il Duca schierò la sua armata senza indagare oltre, schierando cavalleria e mercenari in formazione di attacco. L'artiglieria, che era pensata più che altro per gli assedi, venne armata, ma non abbiamo riscontri del suo reale impatto sulla battaglia. Certo è che il parco artiglieria di Carlo doveva essere imponente, mentre numerosi archibugi, bombardelle e scoppietti (di probabile produzione italiana, poiché la maggior parte delle botteghe di armi manesche dell'epoca si trovavano appunto in Italia) vennero utilizzati da entrambe le armate.

La prima colonna svizzera si piegò in preghiera. A sentire gli Ave Maria e i Padre Nostro, i borgognoni credettero che gli svizzeri volessero arrendersi, dunque si gettarono all'assalto al grido "Dovete morire tutti, nessuna pietà!". La cavalleria pesante agì molto bene: inflisse gravi perdite ai confederati e circondò il muro di picche. Tuttavia Carlo decise di farla ritirare, così da bombardare con cannoni e archibugi la formazione serrata dagli svizzeri. Fu in questo momento che le altre due colonne confederate emersero urlando dalla foresta vicina, travolgendo il fianco della fanteria borgogna. L'esercito del Duca sbandò molto in fretta e quasi senza colpo ferire si diede alla fuga, lasciando in mani confederate l'artiglieria e le salmerie.
Carlo, sebbene tentò fino all'ultimo di riunire i suoi uomini, fu costretto a scappare. Con pochissime perdite da ambo le parti, gli svizzeri avevano umiliato uno dei più spietati e abili generali del momento. Ma non sarebbe finita lì.

I soldati dei cantoni scoprirono i corpi appesi dei propri connazionali. Quello che per Carlo doveva essere il modo per piegare la volontà degli Svizzeri si dimostrò l'esatto contrario: furibondi, i picchieri delle montagne giurarono che i borgognoni l'avrebbero pagata cara.
E l'occasione per ciò sarebbe giunta molto presto...

Regogolo Boemetto

Piaciuto l'articolo?

Seguiteci su facebook per informazioni su nuovi articoli, racconti, romanzi e altro ancora.


mercoledì 5 settembre 2018

Magnifico, ma questa non è guerra: la carica della brigata leggere



Mezza lega, mezza lega
avanti, una mezza lega,
nella valle della Morte
cavalcarono tutti i seicento

25 ottobre 1854, Crimea. Le forze russe attaccano il campo britannico di Balaklava, nel tentativo di rompere l'assedio di Sebastopoli. Durante gli scontri che seguono fra soldati dello zar e truppe franco-inglesi, i russi riescono a catturare i cannoni navali dei turchi posizionati sulle alture Causeway e iniziano a rimuoverli. Non essendo ancora arrivate le due divisioni di fanteria richieste e avendo a disposizione solo due brigate di cavalleria, il comandante inglese Lord Raglan comanda al capitano Nolan di portare al marchese di Lucan l'ordine di attaccare i russi coi suoi cavalieri. Quando il marchese chiede a quali cannoni si riferisce l'ordine, non riuscendo a vedere il fianco destro occupato dai russi, Nolan indica con veemenza i quattordici cannoni dietro i quali si è raggruppata la cavalleria respinta dal 93° Highlanders, la famosa "sottile linea rossa".

Lucan ordina al marchese di Cardigan di caricare con la brigata leggera, mentre lui seguirà con la brigata pesante. Quando i dragoni leggeri, i lancieri e gli ussari di Cardigan entrano nella vallata, si fa chiaro che l'impresa è suicida: fra i cavalli britannici e le bocche da fuoco nemiche ci sono quasi 2 km di terreno aperto e pianeggiante, da percorrere sotto il fuoco d'infilata provenienti dai cannoni e dai fucilieri russi schierati sui pendii a lato della vallata. Nolan non può chiarire il malinteso, in quanto è uno dei primissimi a cadere; Lucan, rendendosi conto della situazione, arresta la brigata pesante e lascia che i 673 cavalleggeri di Cardigan attacchino da soli.
I russi sono sconvolti. Pensano che gli inglesi siano ubriachi, e aprono il fuoco sugli assalitori con tutto quello che hanno.

Cannoni alla loro destra,
cannoni alla loro sinistra,
cannoni davanti a loro
sparavano e tuonavano;
tempestati da palle e proiettili,
cavalcarono coraggiosamente dritti
nelle mandibole della Morte,
nella bocca dell'Inferno
cavalcarono i seicento.

I cavelleggeri trottano per alcuni minuti sotto il fuoco intensissimo proveniente da ogni lato, ma non si arrestano. Quando ormai sono così vicini da poter vedere gli artiglieri russi in faccia, spronano i cavalli e si lanciano alla carica, aprendosi un varco a sciabolate. La brigata leggera come un cuneo sfonda la massa della cavalleria russa, 5.240 soldati, prima di venir respinta dall'enorme superiorità numerica del nemico e ritirarsi. Gli artiglieri superstiti tornano immediatamente in posizione e ricominciano a sparare sugli inglesi in ritirata con palle di cannone e mitraglie. Almeno da un fianco non giunge più il fuoco dei russi, aggrediti dalla cavalleria coloniale francese.

I britannici ebbero 156 morti, 122 feriti e rimasero con soli 195 uomini ancora a cavallo. I russi ebbero qualche centinaio di perdite, ma mantennero la posizione e i cannoni, risultando vincitori dello scontro. In seguito a questo episodio audace, la reputazione della cavalleria inglese ne risultò fortemente aumentata, mentre quella dei loro comandanti ne venne intaccata.
Infatti ad oggi ancora non sono chiare le dinamiche che portarono al fraintendimento, ma quel che è certo è che rivalità e odii personali che avvelenavano i rapporti fra alcuni comandanti inglesi, specialmente Raglan e Lucan, furono tra le cause di quello che successe quel giorno.

Regogolo Boemetto

Piaciuto l'articolo?

Seguiteci su facebook per informazioni su nuovi articoli, racconti, romanzi e altro ancora.





https://bit.ly/2MkB1Zr

martedì 4 settembre 2018

I "latini" del nord, mercanti e cavalieri: i veneti



Nel territorio compreso tra il Lago di Garda e i Colli Euganei, fino a lambire i confini del Tagliamento e dell'Isonzo, troviamo il popolo che più d'ogni altro è ancora vivo nel sangue dei suoi discendenti: i Veneti, o Venetici.
Sono tantissimi i reperti che questa gente ha lasciato agli storici e agli archeologi, i quali hanno potuto ricostruire numerosi aspetti dei signori dell'est. I romani, nella loro proverbiale amicizia con i Veneti, li fanno discendere all'eroe divinizzato Diomede, che avrebbe fondato la città di Adria (sebbene poi si sia rivelata quest'ultimo un emporio greco gallico, piuttosto che veneto). Secondo Plinio il vecchio sarebbero degli esuli di Troia, altri autori come Strabone li tacciano quali celti, ma la storiografia moderna individua le loro origini nell'oriente: alcuni proprendono per un origine illirica balcanica, altri parlano invece di un legame diretto con gli oscoumbri, sulla base della grande somiglianza della lingua Veneta con quella Latina.

I Veneti ebbero il proprio massimo sviluppo tra il VIII e il II secolo a.c., per poi fondersi pacificamente ai romani. Questa integrazione ha permesso alla cultura di veneta di sopravvivere nell'alveo latinizzato, tale da mantenere sue caratteristiche uniche fino al medioevo. Essendo all'epoca la pianura padana un'immensa foresta spesso impaludata, i Veneti furono i primi a iniziare i lunghi lavori di disboscamento, fondando numerose città al posto dei villaggi e proto castellieri in cui vivevano inizialmente. Centri importanti furono Padova, Este, Montebelluna, Oppeano e Gazzo Veronese. Si è scoperta anche una grandissima necropoli Venetica a Mel, simbolo dell'avanzamento culturale e dell'opulenza dei veneti. A est la società Venetica si fuse con i clan Illirici (forse loro parenti), dando vita nella zona dell'Isonzo a una cultura chiamata Venetico-Illirica, che presenta elementi di entrambe le culture, sebbene con una dominanza dei più avanzati veneti. I veneti avevano quale dea Reitia, insieme a numerosi altri dei di cui non ci è giunto il nome: dai corredi delle tombe sembra che le donne avessero un ruolo importante nei riti sacri, nonché come guaritrici e incantatrici.

Oltre all'agricoltura e alla selvicoltura, i Veneti si dimostrarono fin da subito ottimi mercanti: stabilirono rotte commerciali con greci, etruschi, liguri e poi romani. L'alto adriatico divenne metà di navigatori egiziani e siriani, con cui i veneti scambiavano bronzo, vetro, ceramica. Al contrario dei loro eredi medievali, i veneti non si spinsero sul mare, ma preferirono commerciare tramite empori che costellavano la costa. Importantissimo era l'allevamento di cavalli, tanto che i veneti vennero fin da subito identificati quali cavalieri dai loro alleati romani, spesso sprovvisti di truppe in arcione.

I Veneti erano un popolo tendenzialmente pacifico, ma svilupparono un apparato militare molto avanzato per affrontare le continue incursioni celtiche, retiche e liguri. Oltre alla cavalleria, appannaggio dei nobili e del loro seguito di cavalleggeri, la fanteria veneta sfruttava delle formazioni proto manipolari, abbandonando le formazioni oplitiche di stampo etrusco. Le armi usate erano lunghe lance e scudi rotondi, mentre l'armatura pesante era poco utilizzata, preferendo piuttosto un combattimento agile e basato su contrattacchi e ritirate. Il contatto con i celti portò i veneti a fare uso anche di lunghe spade, scudi ovoidali e forse armature in cotta di maglia. L'esercito veneto si dimostrò estramemente efficace a respingere i galli invasori: non solo non vennero invasi, ma probabilmente fu il loro attacco alle forze di Brenno a salvare Roma dall'annientamento. I Veneti si integrarono alla perfezione nelle armate romane e fino alla loro inclusione nella repubblica fornirono eccelse unità alleate (socii), che combatterono contro tutti i grandi nemici dell'Urbe.

La lingua veneta rimane di classificazione incerta, ma si indicano due alfabeti di epoca diversa, contemporanei all'utilizzo della scrittura: quello etruscoide del VI secolo a.c. e quello greco romano del III secolo a.c. La presenza di fonemi latini e indoeuropei, che fanno pensare che entrambi agli idiomi siano giunti in Italia dalla medesima migrazione (dunque i veneti sarebbero stretti parenti dei Latini, che invece di fermarsi a nord scesero verso sud). Ciò potrebbe essere la spiegazione per cui Veneti e Latini furono sempre alleati e che i secondi consideravano i primi come loro parenti.

FONTI
Storia della Prima Italia, Massimo Pallottino.
Preistoria e Storia delle Regioni D'Italia, Gianna G. Buti
Reitia, Dea dei Veneti, Piero Favero
La situla Benvenuti di Este. Il poema figurato degli antichi Veneti, Luca Zaghetto

Regogolo Boemetto

Piaciuto l'articolo?

Seguiteci su facebook per informazioni su nuovi articoli, racconti, romanzi e altro ancora.





https://bit.ly/2MkB1Zr

lunedì 3 settembre 2018

Il dittatore cannibale: Idi Amin Dada (????-2003)


Centoventi chili per quasi due metri d'altezza, un gigante che incuteva terrore ma nello stesso tempo aveva qualcosa di goffo. "Un killer e un clown", come il Time descrisse il folle che dal 1971 al 1979 spadroneggiò sullo Stato centroafricano dell'Uganda, guadagnandosi soprannomi come "macellaio" e "dittatore cannibale".

«Solo Dio conosce la mia età» amava dire Idi Amin, e infatti ancora non si sa con certezza se sia nato nel 1924, nel '25 o nel '28, nell'area di Koboko, nel Nord-ovest del paese. Il padre aveva abbandonato il cristianesimo per la parola di Maometto, la madre era una sorta di guaritrice e lui frequentò pochissimo la scuola, rimanendo semi-analfabeta. Dopo un'adolescenza segnata dalla povertà e l'abbandono paterno, entrò nell'esercito coloniale britannico (l'Uganda era un protettorato inglese dal 1894) dove si guadagnò il nomignolo di "Dada", il nome con cui indicava le donne che frequentava spesso, termine traducibile come "sorella maggiore". Per assonanza, gli inglesi lo chiamavano invece Big Daddy.

In Kenya e in Somalia si distinse per la sua abilità (e la sua spietatezza) nel contrastare i movimenti di guerriglia anti-coloniale, tanto da essere promosso ed essere richiamato in Uganda per contrastare i ladri di bestiame, evirando col machete chiunque si rifiutasse di collaborare. La sua brutalità gli servì anche per vincere il titolo nazionale di campione dei pesi massimi di pugilato fra il 1951 e il 1960. Simpatico ai britannici, grazie al loro appoggio venne promosso a vicecomandante quando al paese venne concessa l'indipendenza nel 1962. Lui e il premier Obote guadagnarono milioni trafficando oro, armi, caffè e avorio con i contrabbandieri del Congo e dello Zaire. Rischiando di venire indagati e condannati, nel 1966 Obote mise in atto un colpo di stato scalzando il presidente Mutesa II e nominando Amin capo supremo dell'esercito. Il generale continuò ad arricchirsi intascando i finanziamenti destinati all'esercito, e per evitare l'arresto, nel gennaio del 1971 rovesciò il governo dell'ex-alleato Obote col favore dell'Occidente (in chiave anti-sovietica) e del popolo (promise riforme e libertà).

Il dittatore organizzò subito squadroni della morte per eliminare i presunti sostenitori di Obote, i capi militari dissidenti e gli intellettuali che criticavano il nascente regime. Il Nile Mansion Hotel, elegante albergo della capitale Kampala, divenne un centro di torture e sterminio dove i presunti nemici venivano sottoposti a sadici supplizi ideati da Dada stesso. Nell'agosto del 1972 gli ugandesi lo udirono dire alla radio «Allah mi è apparso in sogno e mi ha ordinato di cacciare dalla nostra terra tutti gli asiatici». I 50.000 asiatici, principalmente indiani e pachistani, furono costretti a lasciare il paese, che fu indebolito dato che molti asiatici gestivano imprese produttive che furono sequestrate dal dittatore. Il repulisti coinvolse anche il popolo degli Acholi e altre minoranze, colpevoli di essere pro-Obote. «I miei nemici? li taglio a pezzi e poi getto la carne ai coccodrilli» dichiarò l'ex-pugile parlando di loro alla stampa.

Forse reso pazzo dalla neuro-sifilide, fra le sue follie si annovera l'essersi presentato a Londra di fronte alla regina Elisabetta II con tre tonnellate di banane «per sfamare i poveri bambini inglesi», oltre a vantarsi con la sovrana di poter controllare i coccodrilli col pensiero. Adorava indossare sempre un'uniforme decorata da medaglie e decorazioni, alcune inventate da lui stesso, altre reali (come una medaglia del touring club austriaco). Oltre alle decorazioni, amava inventare e insignirsi di titoli come "Signore di tutte le bestie della terra e dei pesci del mare e conquistatore dell'Impero britannico, in Africa in generale, in Uganda in particolare" o "Re di Scozia". Ma molto più pericolose furono le sue follie geopolitiche. Dopo essersi alienato le simpatie di Israele e USA dopo aver elogiato Hitler e aver intrecciato rapporti coi sovietici, si inventò che alcuni territori di Kenya e Sudan erano in realtà ugandesi, minacciando di invadere anche il Sudafrica.

Nel 1976 offrì ospitalità ad alcuni terroristi palestinesi che avevano dirottato un volo Air France con decine di israeliani a bordo. Nella notte del 3 luglio le forze speciali israeliane risolsero la questione con un blitz presso l'aeroporto di Entebbe che distrusse i caccia ugandesi e danneggiò l'immagine del regime. Nello stesso periodo la verità iniziò ad emergere, e il resto del mondo conobbe la vera natura del capo di stato finora considerato solo comico e grottesco, che in un tentativo di rifarsi dello smacco di Entebbe dichiarò guerra alla Tanzania nel 1978. Ma l'esercito nemico, aiutato da esuli ugandesi, contrattaccò e lo costrinse alla fuga l'11 aprile 1979. L'ex "Invincibile" (come amava chiamarsi) riparò prima in Libia, poi in Iraq e infine in Arabia Saudita, dove morì nel 2003 per una malattia ai reni.

L'orco clownesco che aveva gestito il paese con logiche tribali aveva massacrato fra le 300.000 e le 500.000 persone di un paese che contava appena 12 milioni di abitanti. Il sospetto che il dittatore avesse praticato il cannibalismo, come un tempo si faceva nel paese nel corso di alcuni rituali, venne rafforzato dal fatto che nel suo palazzo vennero trovate celle frigorifere colme di arti umani, bulbi oculari, labbra, nasi e testicoli.

Regogolo Boemetto

Piaciuto l'articolo?

Seguiteci su facebook per informazioni su nuovi articoli, racconti, romanzi e altro ancora.



https://bit.ly/2MkB1Zr

venerdì 31 agosto 2018

I cantoni non cedono terreno: Sempach, 1386



Il borgo di Sempach era sotto assedio.
I soldati di Leopoldo III D'Austria dileggiavano i soldati riparati dietro le mura. Un cavaliere faceva ondeggiare il cappio, dicendo che presto sarebbe stato l'ornamento dei borgomastri della città. Altri, che vedevano i loro compagni falciare le scorte di grano fuori dall'insediamento, invitavano i difensori a portare loro la colazione.
D'un tratto, però, dalle mura qualcuno rispose: "Saranno quelli di Lucerna e i loro alleati a portarvi la colazione!".

Il 9 luglio all'orizzonte apparvero gli stendardi dei cantoni dell'antica confederazione svizzera: il toro di Uri, la bandiera rosso e bianca del Schywz, la banda rossa in campo bianco dell'Unterwalden, lo scudo di Lucerna. 6000 uomini, in gran parte militi armati di picca e alabarda, si precipitavano per affrontare un esercito di professionisti della guerra, tra cui più di 1500 cavalieri al servizio della casata degli Asburgo. Entrambe le armate si trovarono di fronte a due chilometri dalla cittadina, sorprese dal vedere il nemico venirgli incontro con tale foga.

Gli svizzeri presero subito possesso di un altura, per cui i cavalieri asburgo dovettero smontare per lanciarsi all'attacco. Alcuni furono costretti a staccare gli speroni dalle calzature, poiché ostacolavano i movimenti nello scontro. Mentre la mischia si sviluppava lungo tutta la cresta del colle, gli svizzeri riuscirono a formare i propri ranghi di picchieri, con cui sfondarono il fianco dei cavalieri. Per rispondere a questa manovra, gli austriaci e i mercenari al loro servizio aprirono la propria formazione in una linea più larga, riuscendo ad evitare l'accerchiamento ma trovando sfilacciati e incapaci di reggere al seguento urto svizzero. Infatti se da una parte i cavalieri invasori erano indubbiamente meglio armati e più abili dei miliziani svizzeri, l'armatura pesante sfibrava le loro forze, mentre la calura estiva riscaldave le cotte e gli elmi. Unendo alla sottostima che i nobili avevano per questi contadini male armati, presto il muro di picche svizzero iniziò a trasformare la linea di battaglia austriaca in una serie di capannelli di soldati isolati, senza alcuna coordinazione.

La storiografia svizzera di parla anche dell'eroico sacrificio di Arnold Von Winkelried, il quale si lanciò sulle picche nemiche spezzandole con il proprio peso, tale da permettere ai compagni di infilarsi nella formazione.
Vero o invezione, gli svizzeri ruppero le fila degli invasori e dopo averli messi in fuga si gettarono a predare il ricco bottino lasciato sul campo dai cavalieri austriaci. Lo stesso duca e numerosi nobili vennero uccisi dai miliziani furibondi, non usi alle normali regole di cavalleria che imperavano per tutta l'Europa.

La vittoria della confederazione non fu solo uno dei tasselli per lo sviluppo della Svizzera odierna, ma rappresentò anche l'inizio della fama degli svizzeri quali guerrieri, fama che li consentì di diventare tra i mercenari più richiesti dell'Occidente.


Regogolo Boemetto

Piaciuto l'articolo?

Seguiteci su facebook per informazioni su nuovi articoli, racconti, romanzi e altro ancora.



https://bit.ly/2MkB1Zr